di Enrico Oliari –

L’Unione Europea non lo voleva, per non ritrovarsi a dipendere troppo dall’amico-nemico a est. La Russia spingeva per farlo, quale asse portante della strategia di commercializzazione delle proprie risorse energetiche, magari tagliando fuori l’Ucraina. Il South Stream, il gasdotto che nelle intenzioni sarebbe dovuto transitare come una lunga linea dritta di 900 km attraverso i fondali del Mar Nero, è andato sempre più trasformandosi in un elemento di discordia fra l’Europa e la Russia, tanto che invano Vladimir Putin ha spedito l’amministratore delegato di Gazprom, Alex Miller, e il suo ministro degli Esteri, Serghei Lavrov, in giro per l’Europa a tentare di firmare contratti con i singoli paesi interessati dal passaggio del colossale gasdotto.

Bulgaria, Romania e Austria sono state avvertite da Bruxelles che, in caso di accordi sarebbero incorse in procedure di infrazione, per cui si sono ritrovate paralizzate; un immobilismo che ha portato il capo del Cremlino ad esclamare da Ankara, dov’è in visita, che “Tenendo conto del fatto che finora noi non abbiamo ricevuto autorizzazioni dalla Bulgaria, noi crediamo che nelle condizioni attuali la Russia non possa continuare con la realizzazione del progetto”. L’uomo di ghiaccio si è dovuto quindi arrendere all’evidenza dei fatti, per cui ha annunciato ufficialmente che “il gas verrà riorientato verso altri consumatori”.

Per quanto il presidente russo abbia incolpato Bruxelles dell’affossamento del progetto per via della “mancanza di volontà dell’Ue di sostenere il gasdotto”, in generale per la Russia non è un buon momento. Non solo per il quadro delle sanzioni, che, come ha spiegato il ministro delle Finanze Anton Siluanov pesano per 40 miliardi di euro all’anno, quanto più per il calo del prezzo del petrolio, oggi a quasi 75 dollari, cosa che si traduce per le casse di Mosca come una batosta da 100 miliardi di euro all’anno. E mentre il rublo è in caduta libera sul dollaro, un’analisi di Bloomberg, appena pubblicata, dà come concreta la possibilità che la Russia nei prossimi mesi vada in recessione.

Il “riorientamento” delle forniture di gas, suona un po’ come un bluff, se si pensa che come l’Europa ha bisogno di acquistare il gas, così la Russia ha la necessità di venderlo: negli scorsi mesi è stato stilato un “maxi-contratto” fra la Russia e la Cina, un accordo che, a ben vedere di “maxi” ha ben poco, se si pensa che è di 430 miliardi di dollari di gas in 30 anni, cioè 14 miliardi all’anno, contro i 130 miliardi di euro venduti all’Europa.

Putin, insomma, ad Ankara ha fatto la voce grossa, quasi “minacciando” che il gasdotto non si farà per colpa dell’ostinazione europea, quando in realtà le cose sono inverse, ovvero è stata proprio Bruxelles a non volere la colossale opera.

Di certo non fa paura il “riorirntamento”, cioè l’aumento delle forniture di gas alla Turchia attraverso il Blue Stream o la costruzione di nuove pipeline, poiché di gas in giro per il mondo ce ne è tanto e proprio attraverso la Turchia transiterà il Bte-Tanap-Tap, il gasdotto che porterà l’energia dall’Azerbaijan in Italia e quindi in Europa, un’opportunità che pure gli iraniani, che a gas sono messi davvero bene, stanno cercando di cogliere.

Va detto che il South Stream era un progetto da 16 miliardi di euro con l’italiana Eni in prima fila insieme a Gazprom e quindi accanto ai francesi di Edf e ai tedeschi di Wintershall, come pure che Saipem, controllata di Eni, stava già lavorando alla posatura dei tubi sui fondali del Mar Nero, ma va ricordato che il primo fornitore dell’Italia è l’Algeria e che in luglio l’ad di Eni Claudio Descalzi ha affermato che “L’Eni ha fatto in Mozambico la più grande scoperta di gas della sua storia”, ovvero “2.400 miliardi di metri cubi di gas che consentirebbero di soddisfare il bisogno degli italiani per 30 anni”. Nel paese africano l’Eni, che lavorerà in joint venture con la statunitense Anadarko Petroleum Corporation, investirà 50 miliardi di euro.

L’approvvigionamento diversificato si rivela così la scelta vincente fatta dagli acquirenti europei, tuttavia la Russia non verrà tagliata fuori, ne’ sarà lei a tagliare fuori l’Europa, in quanto il gas continuerà ad essere venduto e comprato attraverso le medesime pipeline di sempre.

Potrebbe invece andare in crisi la leadership di Vladimir Putin, la cui intransigenza in materia di Ucraina – Crimea sta spingendo il paese all’angolo: da più parti si vocifera che all’alta finanza russa ed ai grandi industriali la sua figura cominci ad essere scomoda, un ostacolo agli affari con i vicini ad Occidente che, dopotutto, restano i migliori clienti.