di Guido Keller –

L’Austria è il primo dei Ventisette a chiedere all’Unione Europea la risoluzione dell’accordo sui migranti: “Dobbiamo affrontare la realtà – ha spiegato alla stampa austriaca il cancelliere Christian Kern -, i negoziati di adesione non sono altro che una finzione”, poiché “le norme democratiche turche sono lontane dall’essere sufficienti per giustificare l’adesione della Turchia”.

Kern indica, insomma, che il re è nudo, dal momento che lo spettacolo offerto dal presidente turco Recep Tayyp Erdogan all’indomani del tentato e più o meno autentico golpe è quanto meno di europeo ci sia, con la chiusura di 16 canali televisivi, 23 radio, 45 quotidiani, 15 riviste e 29 case editrici, il licenziamento di 60mila fra insegnanti, magistrati (di cui due giudici della Corte costituzionale) e ministeriali e l’arresto di giornalisti, militari, poliziotti e funzionari per un totale di 18mila persone, di cui solo quasi 10mila formalmente incriminate, mentre sulle altre grava niente più che il sospetto di aver nutrito simpatie per l’imam Fethullah Gulen, leader del partito “Alleanza per i valori condivisi” e nemico giurato di Erdogan, auto-esiliatosi fin dal 1999 negli Usa.

Tuttavia i segnali dell’insofferenza verso la piazza pulita fatta da Erdogan dopo l’evidentemente opportuno golpe non era andata giù da subito a Vienna, ed il ministro degli Esteri austriaco Sebastian Kurz aveva comunicato il 21 luglio alla radio pubblica Orf l’intenzione di convocare l’ambasciatore turco a Vienna, Mehmet Hasan Gogus, per “chiarire in quale direzione Ankara intendesse andare”, ritenendo gli arresti e i licenziamenti “inaccettabili e incomprensibili”. Inoltre Kurz aveva informato che la notte del golpe numerosi cittadini turchi erano scesi in strada a Vienna “direttamente esortati dalla Turchia”, cosa che era “assolutamente insostenibile e vogliamo protestare”.

Il governo austriaco si è insomma chiesto quanti occhi bisogna chiudere e quanti rospi bisogna ingoiare perché la Turchia trattenga entro i propri confini i migranti siriani e mediorientali, per quanto al Brennero abbia (sotto campagna elettorale) promesso un muro anti-migranti, rivelatosi poi una rete lunga 370 metri che può essere montata in caso di bisogno in due giorni.

D’altronde, a prescindere dagli aspetti umanitari (chiunque scapperebbe da una guerra come quella siriana) l’accordo stilato dall’Unione Europea e dalla Turchia il 18 marzo perché i profughi rimangano nel territorio turco è pesante per gli europei, ben più che avere un paio di milioni di nuovi cittadini su un totale di mezzo miliardo distribuito in 4.325.000 chilometri quadrati: la quota che l’Italia dovrà dare alla Turchia ammonta a 500 milioni di euro per un totale di 6 miliardi complessivi dai Ventisette (450 milioni la parte già versata); oltre a questo vi è la riapertura dei processi di adesione di un paese che sta rinunciando ai fondamenti laicisti ispirati da Kemal Ataturk e che ha 10mila foreign fighter nelle fila dell’Isisi quali, una volta sconfitto lo Stato Islamico, sarebbero liberi di girare nell’Ue; vi è inoltre la sospensione dei visti per i cittadini turchi diretti in Europa, per cui il ministro degli Esteri di Ankara Mevlut Cavusoglu ed il presidente Recep Tayyp Erdogan hanno minacciato già loro di far saltare l’accordo se entro ottobre non verranno eliminati.

Il cancelliere Kern, pur considerando la Turchia “un partner importante sulle questioni di sicurezza e integrazione” e pur ravvisando la necessità di “nuove soluzioni alternative per aiutare l’economia turca ad avvicinarsi alle esigenze europee”, ha chiesto che la questione sia dibattuta in occasione del Consiglio europeo del 16 settembre.