di Enrico Oliari

Un rapporto delle Nazioni Unite, datato 2 giugno, ha denunciato che lo scorso anno le operazioni nello Yemen guidate dall’Arabia Saudita sono state responsabili dell’uccisione di 510 bambini e del ferimento di 667, con la metà degli attacchi diretti non sugli obiettivi houthi, ma su scuole e ospedali. Si tratta del 60 per cento delle vittime infantili dello scorso anno della guerra tra i ribelli sciiti e i regolari fedeli al presidente Abd Rabbo Mansour Hadi. Tuttavia l’ufficio del segretario generale Ban Ki-moon ha deciso oggi di sospendere la coalizione dalla lista nera di chi nega i diritti dei bambini e di rivalutarne la posizione.

E’ stata l’Arabia Saudita a chiedere e ottenere da Ban Ki-moon il riesame della posizione della coalizione e di farlo in modo congiunto, mentre l’ambasciatore saudita presso il Palazzo di Vetro Abdallah al-Mouallimi ha detto ai giornalisti che la rimozione dalla lista nera è definitiva, poichè “vi siamo stati inseriti per errore”.

La sospensione dalla lista nera dei diritti dei bambini non è invece andata giù a Philippe Bolopion, direttore generale di Global Advocacy e vice direttore dell’ufficio per la difesa dei diritti umani per Human Rights Watch, il quale ha commentato che “Dopo aver dato a Israele un simile lasciapassare l’anno scorso, l’ufficio del Segretario generale dell’Onu è caduto ancora più in basso capitolando sotto la sfacciata pressione dell’Arabia Saudita”.

Il golpe degli houthi (sciiti), dietro al quale vi sarebbe l’Iran (che però nega), è arrivato nel gennaio 2015 dopo che per mesi avevano chiesto invano alcuni riconoscimenti come l’inserimento di 20mila appartenenti alla minoranza sciita nelle forze armate governative, l’assegnazione di 10 ministeri e l’inclusione nella regione di Azal, di Hajja e dei governatorati di al-Jaw. Gli houthi sostengono l’ex presidente Ali Abdallah Saleh.

L’intervento della coalizione a guida saudita e che vede coinvolti Egitto, Sudan, Giordania, Marocco, Bahrain, Qatar e Emirati Arabi Uniti, ha permesso la ripresa di una parte dei territori, in particolare del governatorato di Aden, roccaforte del presidente Mansour Hadi, mente la capitale e la zona dei principali impianti petroliferi resta saldamente in mano ai ribelli sciiti.

Gli incontri a Ginevra con il mediatore Onu per la crisi yemenita Ismail Ould Cheikh Ahmed hanno permesso fino ad oggi fragili e brevi tregue che hanno permesso l’apertura di effimeri corridoi umanitari.