di Giovanni Ciprotti –

Il dossier Isis, organizzazione che ha ormai sostituito al-Qaeda nel nostro immaginario collettivo, si riempie ogni giorno di nuove atrocità: le teste mozzate in Siria, i bombardamenti aerei statunitensi, francesi, russi e ora anche britannici, gli attentati di Parigi, le nuove operazioni di Daesh in Libia. Corriamo il rischio di essere “rapiti” dagli eventi e di lasciarci guidare dalle emozioni (e speriamo almeno che non lo facciano i nostri governanti), quando sarebbe utile e necessario restare lucidi e riflettere.

E’ quanto possiamo provare a fare leggendo il libro “L’ipocrisia dell’Occidente. Il Califfo, il terrore e la storia”, dello storico Franco Cardini. Per comprendere. Che non vuol dire giustificare, come sottolinea lo stesso autore. Il professor Cardini, grazie ad una raccolta di scritti da lui pubblicati nell’arco di un anno a partire dal gennaio 2014 (dopo la strage nella redazione parigina di Charlie Hebdo), ci accompagna in un viaggio nel tempo e nello spazio.

La comprensione necessita sia della conoscenza sia della memoria. La conoscenza innanzitutto del mondo musulmano, quello di oggi ma anche quello di ieri e ieri l’altro. Per aiutarci l’autore ci spiega la genesi dell’Islam, i suoi contatti secolari con le altre due religioni monoteiste e con l’Occidente, la scissione tra sunniti e sciiti. L’esercizio della memoria riguarda anche l’Occidente, con le sue responsabilità storiche più datate, riassumibili nei termini “colonialismo” e “imperialismo”, oppure più recenti, con le operazioni militari in Afganistan, Iraq e Libia degli ultimi quindici anni. Ricordare le colpe dell’Occidente non significa naturalmente omettere né ridimensionare le responsabilità del mondo islamico. Al contrario, uno degli elementi centrali della interpretazione che il libro ci offre consiste nella “fitna”, la lotta fratricida interna all’Islam: “Uno dei motori del caos avanzante nel Vicino e Medio Oriente era e resta la fitna che gli emiri arabi sunniti stanno da tempo cinicamente conducendo contro l’Islam sciita”. E in un altro passaggio precisa: “Che poi la fitna islamica coinvolga trasformandoli in vittime e in perseguitati anche cristiani e yazidi, e in prospettiva anche ebrei, magari è vero, ma è un altro discorso; e che essa poi sia sul punto di tracimare anche in Occidente, è probabile, ma è un’altra faccenda”.

Insomma, l’Occidente è tragicamente coinvolto ma non sarebbe il nemico principale dell’Isis, rappresentato invece dall’Islam sciita. Infatti, spiega il professore, “l’Iran era preoccupato del movimento di al-Baghdadi da molto prima che se ne sapesse qualcosa da noi: ma nessuno dalle nostre parti ne parlava in quanto quel che accade in Iran e quel che dicono i dirigenti politici iraniani va regolarmente coperto da un silenzio che viene rotto soltanto se il regime degli ayatollah minaccia qualche lapidazione di adultere o quando si torna a discutere dei suoi programmi nucleari”.

Ritenere che lo scontro in atto sia soprattutto interno al mondo musulmano non rimuove gli errori e gli orrori dei paesi occidentali: il secolare sfruttamento dei popoli e dei territori colonizzati (“[la globalizzazione] ha palesato che la nostra uguaglianza e il nostro benessere hanno poggiato per lunghi secoli sulla miseria delle genti degli altri continenti e sullo sfruttamento cui erano sottoposti”), la sconsiderata suddivisione in presunti Stati nazionali all’indomani del crollo dell’impero ottomano, le pesanti ingerenze proseguite ben oltre la fine del periodo di decolonizzazione, la guerra al terrorismo e la cosiddetta “esportazione della democrazia” volute dal presidente George Bush jr, il sostegno tecnico ed economico a gruppi di guerriglieri islamici, in funzione antisovietica negli anni Ottanta, contro Gheddafi o contro Assad in tempi più recenti, trasformatisi successivamente in nemici dell’Occidente.

Ma l’attenzione dell’autore è rivolta principalmente al mondo musulmano, alle sue dinamiche e alle sue trasformazioni. Insieme a lui scopriamo chi erano gli yazidi, che l’opinione pubblica ha imparato a conoscere soltanto lo scorso anno quando furono massacrati dalle milizie di al-Baghdadi, e quali siano le differenze tra al-Qaeda e le milizie del Califfo. Un posto di rilievo è riservato alla Turchia. Lo storico ci ricorda che proprio la Turchia di Mustafa Kemal, nel 1924, aveva proclamato l’abolizione del califfato e la decadenza del califfo. La questione è drammaticamente recente, in quanto al-Baghdadi si è autoproclamato legittimo successore del Califfo e da lì fa discendere la sua autorità all’interno della comunità sunnita. La svolta “laica” di Kemal sarebbe durata fino ai nostri giorni e rimessa parzialmente in discussione dalla politica ambigua del presidente Erdogan, oscillante tra l’obiettivo di entrare nella Unione Europea e la tentazione di accreditarsi come potenza regionale musulmana all’interno dell’Islam.

Alla luce del quadro interpretativo descritto, il professor Cardini critica le operazioni militari in corso perché farebbero il gioco dello Stato Islamico: “Essi [il califfo e l’IS] agiscono formalmente per sottomettere attraverso il terrore, ma nella sostanza vogliono piuttosto che una coalizione occidentale risponda esasperata attaccandoli il più duramente possibile in modo da dimostrare la loro tesi, vale a dire che tutto l’Occidente, nel suo insieme, è nemico dell’Islam e l’unica scelta che si propone al vero credente è il jihad a oltranza sia contro i “crociati”, sia contro gli “apostati” (vale a dire i musulmani che accettano, anzi che trovano ovvia e legittima, la convivenza con chi abbia un altro credo e perfino con chi non ne manifesti alcuno).”

C’è spazio anche per una previsione: “Il califfo verrà sconfitto quando non servirà più”. Per il momento molti sono gli attori a cui fa comodo: agli emirati del Golfo governati da sovrani sunniti, alla Turchia, agli Usa e alla Nato, che “con il pretesto della guerra all’IS potrà impiantare nuove basi militari più vicine al confine iraniano”.