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Si è concluso il primo dei due incontri tra gli investigatori italiani e quelli egiziani sul caso di Giulio Regeni, il ricercatore italiano scomparso al Cairo la notte del 25 gennaio (anniversario di Piazza Tahrir) e il cui corpo seviziato è stato trovato il 3 febbraio lungo la strada che collega la capitale egiziana ad Alessandria.

La delegazione egiziana, composta dal procuratore generale aggiunto del Cairo Mostafa Soliman, dal procuratore dell’Ufficio di Cooperazione internazionale Mohamed Hamdi el Sayed, dal generale della Polizia Adel Gaffar, dal brigadiere generale Alal Abdel Megid dei servizi centrali della polizia e dal vicedirettore della polizia criminale del governatorato del Cairo Mostafa Meabed, è giunta alla Scuola superiore di Polizia con 2mila pagine di incartamenti, consegnati ai corrispettivi italiani, il procuratore di Roma, Giuseppe Pignatone, il sostituto Sergio Colaiocco, il direttore dello Sco Renato Cortese e il comandante del Ros Giuseppe Governale.

Finalmente ci sono le immagini video, i tabulati telefonici, i referti e i verbali, cioè quel “materiale probatorio” che l’Italia chiedeva da molte settimane all’Egitto e comunque dopo depistaggi anche grotteschi. Si tratta di un lavoro fatto su 200 persone che in qualche modo hanno avuto a che fare con Regeni.

Certo o meno che ne sia il responsabile, l’Egitto ora potrebbe mettere sul piatto la testa del generale Khaled Shalabi, capo della Polizia criminale e del Dipartimento investigativo di Giza.

Lo ha comunicato a La Stampa una fonte anonima, per la quale “L’ordine di sequestrare Giulio Regeni è stato impartito dal generale Khaled Shalabi, capo della Polizia criminale e del Dipartimento investigativo di Giza. Fu Shalabi, prima del sequestro, a mettere sotto controllo la casa e i movimenti di Regeni e a chiedere di perquisire il suo appartamento insieme a ufficiali della Sicurezza nazionale. Fu Shalabi, il 25 gennaio, subito dopo il sequestro, a trattenere Regeni nella sede del distretto di sicurezza di Giza per 24 ore”.

Shalabi è stato già condannato nel 2003 da un tribunale di Alessandria per aver torturato a morte un uomo e falsificato i rapporti della polizia, salvo essere reintegrato dopo la sospensione della sentenza.

Domani si procederà con il secondo degli incontri, sempre presso la Scuola superiore di polizia.