di Giuseppe Gagliano –
Se c’è un concetto che descrive meglio l’attuale fase storica, è quello di guerra senza guerra. L’aggressione non passa più necessariamente dai carri armati che attraversano un confine, ma dalle reti digitali, dagli asset economici, dall’uso strategico dell’informazione e da una crescente competizione geopolitica che vede l’occidente, e l’Italia con esso, sempre più sotto pressione. È lo scenario tratteggiato nella Relazione Annuale 2025 sulla politica dell’informazione per la sicurezza, il documento con cui il Dipartimento delle Informazioni per la Sicurezza (DIS) fa il punto sui rischi che il Paese affronta. Tra questi, si fa largo con forza il concetto di minaccia ibrida: un’offensiva strisciante, ma non per questo meno pericolosa.
Roma non è esente da questa strategia. Se un tempo l’intelligence si concentrava sulle operazioni di spionaggio classico, oggi deve fare i conti con una minaccia più sfumata e insidiosa. La Relazione Annuale segnala che la disinformazione, gli attacchi cibernetici e le interferenze economiche sono diventati strumenti quotidiani con cui potenze ostili cercano di minare la stabilità delle democrazie occidentali.
La Russia e la Cina emergono come i principali attori di queste operazioni. Mosca, con il suo tradizionale arsenale di manipolazione informativa, ha puntato sulla polarizzazione dell’opinione pubblica occidentale, sfruttando temi come il conflitto in Ucraina, la crisi energetica e le tensioni sociali per seminare sfiducia nelle istituzioni europee. Pechino invece segue una strategia più sofisticata, giocando su più livelli: economico, tecnologico e digitale.
Sul fronte cyber, il documento del DIS sottolinea come la Cina abbia affinato le sue tecniche di infiltrazione nei sistemi informatici europei e italiani, sfruttando infrastrutture digitali per ottenere vantaggi strategici. Ma la sua capacità di influenza si spinge ben oltre il cyberspazio. Pechino utilizza il proprio potere economico come leva di pressione, entrando nei settori strategici italiani attraverso acquisizioni, partecipazioni e investimenti, spesso in comparti ad alta tecnologia o legati alle infrastrutture critiche.
Se da un lato la Cina gioca la partita economica, dall’altro non trascura la dimensione militare e strategica. La Relazione Annuale 2025 analizza la crescente assertività di Pechino, che si manifesta con una politica sempre più muscolare nelle zone calde dell’Indo-Pacifico.
Basti pensare al Mar Cinese Meridionale, dove la Repubblica Popolare sta consolidando la sua presenza attraverso pattugliamenti aggressivi, installazioni militari su isole artificiali e scontri diplomatici con i vicini regionali. Non si tratta solo di geopolitica locale: la Cina sta costruendo una capacità militare in grado di competere con quella americana, con una marina che ha ormai superato per numero di navi quella degli Stati Uniti.
A questo si aggiunge un uso sempre più sofisticato della diplomazia militare. Pechino ha aumentato il numero di esercitazioni congiunte con paesi come Russia, Iran e Sudafrica, costruendo una rete di cooperazione militare alternativa a quella occidentale. Il messaggio è chiaro: la Cina vuole essere un attore globale, in grado di proiettare il proprio potere militare ben oltre il suo immediato vicinato.
Non è un caso che la Belt and Road Initiative, il grande progetto infrastrutturale con cui Pechino ha avvolto mezzo mondo nella sua rete economica, sia spesso accompagnato da una crescente presenza militare cinese nei paesi partner. Porti commerciali costruiti con denaro cinese diventano potenziali basi logistiche per la Marina cinese, come dimostrano gli esempi di Gibuti, Sri Lanka e Pakistan.
Se l’Indo-Pacifico è il teatro principale della sfida militare cinese, l’America Latina e i Caraibi stanno diventando il nuovo fronte economico della competizione tra Pechino e l’occidente. La Relazione Annuale evidenzia come la Cina abbia rafforzato la sua presenza nella regione con una strategia duplice: espansione commerciale e influenza diplomatica.
Molti paesi latinoamericani hanno aderito alla Belt and Road Initiative, beneficiando di investimenti in infrastrutture, energia e trasporti. Nel frattempo Pechino ha sfruttato la sua potenza economica per ottenere un altro risultato strategico: il disconoscimento di Taiwan da parte di diversi stati della regione, che hanno tagliato i rapporti con Taipei per allinearsi alla politica di “una sola Cina” sostenuta da Pechino.
Non è solo una questione economica. La presenza cinese nei Caraibi e in America Latina sta erodendo l’influenza tradizionale degli Stati Uniti nella regione, creando nuovi equilibri di potere. Porti, autostrade e reti digitali cinesi stanno ridisegnando la mappa dell’America Latina, mettendo Washington di fronte a una sfida che fino a qualche anno fa sembrava impensabile: dover competere con la Cina nel proprio cortile di casa.
Il quadro che emerge dalla Relazione Annuale 2025 è quello di un mondo in cui la competizione tra potenze sta accelerando, spostandosi sempre più su un terreno ibrido, dove l’economia, la tecnologia, la disinformazione e la diplomazia militare si intrecciano in una sfida continua.
L’Italia, in questo scenario, si trova in una posizione delicata. Da un lato deve difendere i propri interessi strategici, proteggendo le infrastrutture critiche e contrastando le minacce ibride. Dall’altro deve mantenere relazioni equilibrate con attori globali sempre più assertivi, evitando di rimanere schiacciata tra i blocchi contrapposti della nuova guerra fredda.
Il futuro della sicurezza nazionale non si giocherà solo sul piano militare, ma anche su quello economico e tecnologico. Essere consapevoli delle nuove minacce e costruire una strategia di difesa efficace sarà essenziale per proteggere il ruolo dell’Italia nel mondo che verrà.












