di Enrico Oliari –
Sono ripresi a Ginevra i colloqui di pace per la Siria, nel quadro di una tregua che, salvo qualche scaramuccia, sembra tutto sommato reggere e soprattutto che sta permettendo l’arrivo di generi di prima necessità e di medicinali alle popolazioni esauste per una guerra che in cinque anni ha causato 270mila morti.
L’inviato dell’Onu Staffan de Mistura, che sta mediando le trattative, è stato chiaro nel dire che “E’ il momento della verità, se le fazioni non riusciranno a dialogare” c’è il rischio che subentri “l’unica alternativa disponibile, che qualcuno definisce ‘piano B’, il quale, a quanto ne so, è il ritorno alla guerra. E a una guerra ben peggiore di quella che abbiamo visto fin ora”. O comunque a un’imposizione da parte delle potenze straniere.
Uno dei nodi è la permanenza al potere del presidente Bashar al-Assad, o il suo ruolo nella fase di transizione: domenica Mohammed Alloush, capo negoziatore delle opposizioni, è stato perentorio nell’affermare che “Affinché i negoziati abbiano successo, Bashar al-Assad deve lasciare il Paese, vivo o morto”, mentre il negoziatore governativo siriano, il ministro degli Esteri Walid al-Muallem, ha detto che “Non parleremo con nessuno che voglia mettere in discussione la presidenza”, e “questa resta per noi una linea rossa”. Per de Mistura quella della transizione è “la madre di tutti i problemi”.
L’inviato dell’Onu continua per la sua strada e a termine della prima seduta dei dieci giorni di colloqui previsti ha rendicontato che “Come ci aspettavamo, abbiamo affrontato varie questioni procedurali che abbiamo voluto chiarire subito per essere tutti sulla stessa linea, che è esattamente quello che faremo con tutti gli altri con cui ci incontreremo”.
“La prossima riunione – ha proseguito – si terrà mercoledì mattina, per cui abbiamo tempo per metabolizzare e consultarci e tornare a focalizzarci sulla nostra agenda”.
De Mistura ha spiegato che, come da programma, verranno trattati tre argomenti centrali, cioè “un nuovo governo inclusivo, una nuova Costituzione e nuove elezioni”; queste ultime si dovrebbero tenere in 18 mesi.
Dai colloqui sono stati ancora una volta esclusi i curdo-siriani dell’Ypg (quelli di Kobane) su pressioni della Turchia e dell’Arabia Saudita.
Sempre sul fronte siriano c’è da registrare la decisione del presidente russo Vladimir Putin di richiamare già da domani le forze russe dalla Siria, dal momento che “gli obiettivi sono stati raggiunti”.
Lo stesso leader ha motivato l’iniziativa con la speranza che sia “una buona motivazione per dare inizio alle negoziazioni politiche tra le forze del paese”. Militari e mezzi rimarranno con ruoli “di routine” nella base di Hemeimeem, nella provincia di Latakia, e in quella navale nel porto di Tartus, di cui la Russia dispone fin dai tempi dell’Unione Sovietica.
Della cosa Putin ha informato il collega siriano Bashar al-Assad, garantendogli comunque la sorveglianza della tenuta della tregua.

