di Giuseppe Gagliano –
In apparenza è uno scontro tra un piccolo Paese dell’est Europa e due colossi globali: Washington e Elon Musk. In realtà è un nuovo episodio della guerra mondiale per il controllo dell’informazione, in cui la Romania non fa che interpretare un copione scritto altrove.
Il vicepresidente dell’ANCOM, Pavel Popescu, ha difeso pubblicamente le recenti restrizioni applicate dal regolatore romeno a contenuti e piattaforme digitali, accusando esplicitamente Mosca di “attacchi ibridi” diretti a influenzare le elezioni presidenziali. Popescu ha parlato di una “guerra invisibile” in corso, combattuta con i mezzi delle fake news, dei bot e delle piattaforme anonime, e ha rivendicato l’intervento delle autorità.
Il punto più delicato riguarda l’annullamento della vittoria elettorale di Calin Georgescu, candidato indipendente escluso dalla corsa presidenziale dopo l’intervento dei servizi segreti. L’accusa: legami con campagne di disinformazione russe. È bastato questo per sospendere le elezioni e riscrivere le regole del gioco. Un precedente pesante, che tocca un nervo scoperto per l’Unione Europea: può la sicurezza giustificare la limitazione preventiva del voto? E dove finisce la protezione dell’integrità democratica e comincia il controllo politico?
A incendiare la polemica è stato Elon Musk, che ha accusato l’ANCOM di “censura” e di essere “nemico della libertà”. Una crociata retorica, peraltro contraddittoria: lo stesso Musk che invoca la libertà assoluta su X è anche quello che ha ospitato in diretta i leader della destra tedesca dell’AfD, alla vigilia delle elezioni. Libertà di parola, certo, ma per chi?
Popescu ha risposto a tono: “Musk ci deve più di un dibattito, visto ciò che il nostro Paese ha fatto per le sue aziende”. Un riferimento implicito ai progetti di Starlink e alla disponibilità mostrata da Bucarest nei confronti delle innovazioni spaziali del patron di SpaceX. Un legame economico che, nonostante le apparenze, non ha evitato lo scontro politico.
A rendere il quadro ancora più teso, la decisione americana di rinviare l’accesso della Romania al Visa Waiver Program. Bucarest avrebbe dovuto ottenere la liberalizzazione dei visti entro marzo, ma tutto è stato rimandato a data da destinarsi. La spiegazione ufficiale è “tecnica”. Ma il sospetto è che si tratti di una risposta indiretta alle tensioni su contenuti, censura e libertà digitali.
Il premier Marcel Ciolacu ha minimizzato: “Nessuna rottura, solo un passaggio tecnico da chiarire con gli Stati Uniti”. Ma il tempismo della decisione americana, appena un giorno dopo le dichiarazioni di Popescu, è troppo preciso per sembrare casuale.
Il punto è che Bucarest si trova sola. Nessuna voce autorevole è intervenuta a livello UE per difendere o contestare l’operato dell’ANCOM. Eppure, è proprio Bruxelles che ha imposto il Digital Services Act, la norma che obbliga gli Stati membri a vigilare sulla disinformazione online. Quando però uno Stato applica quei principi in modo deciso, viene accusato di autoritarismo.
È l’eterna ambiguità occidentale: libertà sì, ma solo se si adatta ai nostri alleati politici e ai nostri interessi strategici. La guerra in Ucraina ha reso tutto più binario: chi è con noi ha diritto a esprimersi. Chi chiede regole, rischia di essere isolato.
A complicare le cose, la contemporanea preoccupazione di Romania e Bulgaria per un possibile accordo tra USA e Russia sul Mar Nero, proprio mentre Washington trattava con Mosca a Riad. Un’intesa che potrebbe favorire il ritorno della marina russa nella regione e ridurre l’efficacia della controffensiva navale ucraina.
La Romania teme di essere sacrificata su un tavolo negoziale che non controlla. Come spesso accade ai Paesi periferici dell’Alleanza Atlantica: utili nelle fasi calde del conflitto, trascurabili quando si passa alle trattative.




