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Intervenendo ad un forum sull’Economia lo scorso 24 novembre il ministro delle Finanze russo, Anton Siluanov, aveva annunciato che “Stiamo perdendo 40 miliardi di dollari all’anno a causa delle sanzioni e stiamo perdendo circa 90 – 100 miliardi di dollari l’anno a causa del calo del 30% del prezzo del petrolio”. Una batosta, se si pensa che l’introito per la vendita di gas all’Unione Europea è di 130 miliardi di dollari l’anno, cosa che rappresenta buona parte dell’export del paese (la vendita di armi assicura 15,7 miliardi di dollari).
Il mancato aumento del prezzo del petrolio, stabilito all’ultima riunione Opec su iniziativa della cordata rappresentata dall’Arabia Saudita, ha quindi messo in crisi la Russia (alleata dell’Iran e della Siria di Barhar al-Assad), spingendo Mosca verso un mare dalle acque tempestose.
Infatti un sondaggio condotto da Bloomberg, che ha raccolto i pareri di 32 economisti internazionali, dà come concrete le possibilità che la Russia nei prossimi 12 mesi possa entrare in recessione.
Secondo i dati del ministero delle Finanze russo, nel periodo dal 15 ottobre al 15 novembre il petrolio Urals veniva venduto ad una media di 82,67 dollari al barile, in netto calo rispetto ai 91,75 dollari al barile del mese precedente (oggi il Brent è a 74,90).
Come se non bastasse, negli ultimi tre mesi il rublo si è svalutato in modo sensibile: oggi per un euro ci vogliono 62,23 rubli, mentre per un dollaro 50,23: una benedizione per i produttori russi di automobili e di altri beni, ma non per la vendita del petrolio.

