di Dario Rivolta * –

Quei dollari Usa per portare l’Ucraina nell’area Atlantica… (prima parte)

Quei dollari Usa per portare l’Ucraina nell’area Atlantica… (seconda parte)

Nel 2015, cioè nel pieno della crisi tuttora in atto, il partner principale per l’economia ucraina era la Russia, che costituiva il 17,71 percento dei suoi scambi internazionali. Al secondo posto, molto indietro, la Cina con il 7,02 e al terzo la Germania che arriva al 6,90 percento. Poi venivano: la Polonia al 6,07; la Turchia al 4,40; la Bielorussia con il 3,85 e finalmente l’Italia, settima (della Russia siamo – eravamo?- il secondo Partner in Europa, quarti nel mondo), con il 3,45 percento degli scambi complessivi (fonte: Istituto Statale Ucraino di Statistica). Che la struttura economica dell’Ucraina sia o possa facilmente integrarsi con quella europea è quindi smentito dai fatti e, una volta ancora, si dimostra che chi ha spinto per “associare” quel Paese all’Unione lo faceva per altre motivazioni. Il viceministro dell’Economia di Kiev, la signora Natalia Mikolskaya ha dichiarato recentemente che negli ultimi cinque mesi le loro esportazioni verso la Russia sono calate del 36,2 percento rispetto allo stesso periodo dello scorso anno e quelle verso il Kazakistan addirittura del 46,2 percento fermandosi a ben 136,4 milioni di dollari. Ha anche aggiunto che, secondo le sue stime, alla fine del 2016 la perdita globale della loro economia ammonterà a ben 1 miliardo di dollari. La causa va principalmente ricercata nei nuovi dazi doganali che Mosca ha imposto alle merci ucraine, sia quelle destinate al proprio territorio sia quelle semplicemente in transito, per rispondere alle sanzioni imposte dagli Usa e dall’Europa cui l’Ucraina si è associata.

Queste sanzioni e le relative ritorsioni, stanno colpendo sempre di più anche le merci italiane destinate al mercato russo. L’embargo occidentale ha mirato a determinati settori: le industrie legate al mercato degli idrocarburi (con particolare attenzione alle tecnologie estrattive nell’arduo settore artico), le armi e alcune banche. Mosca ha risposto colpendo principalmente il mondo agroalimentare, identificandovi cinquantuno tipi di prodotto, e introducendo nuove misure protezionistiche. Inoltre, ha imposto limiti o veti alla propria Pubblica amministrazione per gli approvvigionamenti esteri.

Confindustria ha quantificato che tra l’agosto 2014, cioè l’inizio dell’embargo, e il corrispondente mese del 2015 l’export agroalimentare italiano è calato del 36 percento e quello spagnolo addirittura del 46. Anche altri settori hanno particolarmente sofferto: gli autoveicoli hanno perso il 60 percento, i metalli il 36, l’abbigliamento il 31. Il capo economista della Sace, Alessandro Terzulli, aggiunge che nel primo trimestre del 2016 abbiamo perso un altro 13,9 percento sull’anno precedente, già in calo, anche nella meccanica che ha visto diminuire le proprie esportazioni del 37 percento. A queste cifre di per se importanti occorre aggiungere le esportazioni indirette, cioè quei prodotti, componenti o parte di più vaste forniture, che arrivavano in Russia attraverso triangolazioni con la Germania o altri Paesi dell’Ue. Infine, la situazione di ostilità con l’occidente ha creato enormi difficoltà anche alle banche russe, eliminando o quasi la loro possibilità di ottenere finanziamenti esteri e incoraggiando la fuga dei capitali. I limiti finanziari hanno contagiato così anche settori non direttamente oggetto degli embarghi reciproci.

Naturalmente l’Italia non è il solo Paese a soffrire di questa situazione: la Finlandia, la Danimarca, l’Olanda, la Spagna, la Francia soffrono come e forse ancora più di noi. La stessa Germania, lo dice il suo ministro per lo Sviluppo economico: Berlino ha visto passare le proprie esportazioni dai 105 miliardi di euro del 2013 ai 52 del 2015. Salvo poi rifarsi in parte tramite le filiali delle società tedesche stanziate in territorio russo e quindi in grado di finanziare progetti locali infischiandosene delle sanzioni.

A onor del vero bisogna precisare che la causa immediata di queste debacle non va fatta coincidere solo con le sanzioni stesse, ma anche nella crisi economica generale che ha toccato la Russia. Poiché la vendita di idrocarburi resta l’entrata principale, il crollo del prezzo del petrolio ha causato un forte deprezzamento del rublo e aumentato l’inflazione riducendo la capacità di spesa dei cittadini e delle imprese. Di certo le cause si alimentano l’una con l’altra ed è impossibile quantificare quanto della diminuzione delle esportazioni europee sia dovuto alla prima e quanto alla seconda ragione.

Un modo empirico di capirlo però ci sarebbe e cioè quello di guardare quali merci sono sostituite con importazioni da altri Paesi. Nel settore delle calzature, ad esempio, Assocalzaturifici denuncia una diminuzione del 32,5 percento di prodotti made in Italy mentre il mercato specifico è diminuito solo del 17 percento. Più o meno la stessa cosa con i mobili: siamo passati dai 900 milioni di euro ai 500 milioni attuali.

Chiunque abbia mai lavorato nel commercio internazionale sa bene che costruirsi degli sbocchi su un mercato estero richiede tempo, lavoro e investimenti. Sa anche che quando si lascia un mercato in mano ai concorrenti, recuperare le posizioni perdute richiede sforzi sempre più grandi. Lo stesso Terzulli afferma che, nella speranza che alle sanzioni si ponga fine il prossimo gennaio (loro naturale scadenza, salvo successivi rinnovi), solo nel 2020 potremmo augurarci di tornare a un nostro export di almeno 10 miliardi complessivi.

Se pure così fosse, è nell’agroalimentare che il recupero sarà il più difficile e alcuni esempi lo dimostrano. Nelle maggiori città russe si possono trovare oggi dei cloni (più o meno scadenti) del Parmigiano: vengono dalla Bielorussia, dall’Argentina e perfino dall’Uruguay. Le mele del Trentino, che avevano conquistato una loro fetta di mercato, oggi sono sostituite da quelle serbe o brasiliane. I pomodori oramai sono cinesi, azeri, kazaki o russi. Il vino, che pure non è sotto embargo, è sempre meno italiano o francese e oggi arriva dalla Crimea, dal Sud Africa e dal Cile. Putin, introducendo le sue contro-sanzioni, disse che sarebbe stata per le aziende russe l’occasione di sviluppare la loro produzione, migliorando anche la qualità. Qualcuno lo sta facendo: la pasta è prodotta in Russia con lo “stile italiano”, a sud di Mosca si “crea” qualcosa simile al nostro caprino e finanziamenti sono elargiti a diverse industrie locali per sostenere il miglioramento della qualità.

Vanno messe in conto anche le conseguenze indirette: la Finlandia inondava il mercato russo con il proprio latte e ora lo manda tutto in Europa. Lo stesso fanno i polacchi con le loro mele. La conseguenza è un crollo dei prezzi con maggiori difficoltà per i nostri produttori.

Se ricordiamo la storia dell’excusatio non petita, potremmo applicarla oggi ai nostri amici americani che ci hanno imposto una contesa di cui continuiamo a non capire i motivi. Nel luglio del 2015 l’ufficio del capo economista del Dipartimento di Stato Usa ha diffuso uno studio di poche pagine intitolato “Le sanzioni alla Russia causano una diminuzione minima delle esportazioni europee e americane”. La mira principale di questo documento era dimostrare che non era vero che solo gli europei avessero visto diminuire i propri commerci con Mosca ma, contrariamente alle cifre diffuse da altri, anche gli Usa avevano diminuito le esportazioni. Pur ammettendo discrepanze nei dati tra una fonte e l’altra, arrivava alla conclusione che, comunque, l’Europa avrebbe sofferto poco o niente: nessun Paese dell’Unione ha perso più dello 0,5 percento (del totale delle esportazioni del 2014,nda) …il tipico Paese dell’Ue ha una piccola esposizione export verso la Russia – circa il 2,6 percento dell’export totale dell’Ue nel 2013…”.

Come abbiamo visto, già nei primi sei mesi del 2016 il calo si è ancora incrementato e il trend negativo si sta ampliando ulteriormente. Anche se tenessimo però per buone, in termini assoluti, le cifre del Dipartimento di Stato, ci troveremmo di fronte al pollo di Trilussa: il fatto che la media faccia mezzo pollo a testa non significa che tutti ne mangino. E, purtroppo, non è necessario spiegarlo a quelle aziende italiane che nella Russia avevano trovato una gran fetta del loro mercato di vendite.

Quei dollari Usa per portare l’Ucraina nell’area Atlantica… (prima parte)

Quei dollari Usa per portare l’Ucraina nell’area Atlantica… (seconda parte)

*Già deputato, è analista geopolitico ed esperto di relazioni e commercio internazionali.