di Michele Convertino –
EDIMBURGO – Il voto di giovedì in Scozia porta con sé tre notizie da non trascurare. Per la terza volta consecutiva sarà lo Scottish national party a formare il governo. Il partito indipendentista ha vinto e si vede consegnare dalle urne 63 seggi su 129 però ad appena due seggi dalla maggioranza, la leader Nicola Sturgeon sarà costretta a formare un governo di coalizione. La perdita di consensi da parte dei laburisti è stata anch’essa confermata e nonostante ci sia la sensazione che sia stato ancora il partito della Sturgeon a trarne vantaggio è anche vero che i conservatori hanno fatto registrare un risultato inaspettato. Sono proprio quest’ultimi che a differenza del 2011 diventano il secondo partito e prendono 31 seggi, il doppio rispetto alle elezioni precedenti. Insomma per i laburisti di Scozia la crisi è profonda, perdono seggi, ben 13 in meno, e osservano l’elettorato muoversi su posizioni contrastanti. Da una parte i consensi che il National party riscuote con una filosofia indipendentista e progressista, rivolta a chi cerca concetti e pretese nuove – anche se di antica appartenenza – e che cerca di dare un’impronta territoriale quasi personale alla politica interna; dall’altra il sentiero sicuro mostrato dai conservatori che discutono molto su materia fiscale ed economica, sui timori di un unione che funziona proprio perché ha lasciato spazi e tempi alla questione scozzese ma che comunque non vuole e non può discostarsi troppo da una tradizione legata e indirizzata da Londra. Se è vero che i conservatives hanno aspettato l’indebolimento dei laburisti per riprendere voti allora bisogna dare credito ai vertici del partito. Inoltre il sistema elettorale scozzese ha sì premiato lo SNP per quanto riguarda il voto diretto dai 73 collegi elettorali su territorio nazionale ma ha anche aiutato i tories invece per quei seggi restanti che vengono assegnati in maniera proporzionale su base regionale. I separatisti più convinti dovranno armarsi di pazienza perché con questa nuova presenza in parlamento ogni discorso sarà rimandato almeno fino alle prossime elezioni. E poi in prospettiva referendum sulla Brexit, che si terrà a fine giugno, bisogna capire quale risultato aspettarsi dalla Scozia. Una nazione che si è sempre detta pronta a rimanere nell’unione europea che però dovrà confrontarsi con il resto del Regno Unito, su di una questione sollevata e promessa all’epoca da Cameron ai propri elettori e al proprio partito, esattamente lo stesso a cui la Sturgeon dovrà rivolgersi per formare un governo.

