di Michele Convertino –

Si è conclusa in Scozia una settimana densa di cambi di fronte in vista del voto del 18 settembre prossimo. In seguito a lunedì scorso, quando Alex Salmond e Alistair Darling, rispettivamente il promotore per il movimento a favore della secessione voteyes e il leader degli unionisti riunitisi sotto il nome di better together, si sono nuovamente scontrati in un dibattito che questa volta è andato in onda sulla BBC in diretta in tutto il territorio britannico. Accolti da circa 200 persone nella Kenilgrove Art Gallery di Glasgow i due si sono rivolti pochi complimenti e fatto molte polemiche.

Le premesse – Nei giorni precedenti al dibattito si poteva già respirare l’atmosfera che avrebbe caratterizzato poi gli esiti sorprendenti di questa ulteriore sfida fra i due politici. Alex Salmond aveva parlato di un vero e proprio project fear ordito dalla stampa inglese che, a onor del vero durante il fine settimana scorso, aveva ripetutamente riportato la notizia di tagli imminenti alla spesa pubblica scozzese e di probabili privatizzazioni della NHS, l’azienda sanitaria operante su tutto il territorio del Regno Unito e vista dalla gente come una vera e propria istituzione sociale, intoccabile secondo il parere del primo ministro. Tagli e privatizzazioni imposti da Westminster che sarebbero attuati in qualsiasi caso, anche con una vittoria del no al referendum in quello che è sembrato una sorta di ricatto mediatico. Notizia che è stata seguita da poche spiegazioni da parte del Ministero del Tesoro con sede a Londra. Inoltre stando alle dichiarazioni di sir Ian Wood, magnate del petrolio nel mar del nord, durante l’ultima campagna elettorale lo stesso Salmond avrebbe deliberatamente parlato in maniera esagerata delle riserve presenti nei giacimenti offshore col fine di guadagnare maggiore consenso alle urne. Affermazioni parzialmente contrastate da Fergus Ewing, ministro alle risorse energetiche al governo di Edimburgo, dichiaratosi sicuro che anche nel caso in cui le quantità di petrolio ancora da estrarre fossero minori rispetto alle attese, la Scozia è una nazione solida ed equilibrata pronta a sostenere un eventuale indipendenza. Insomma al parlamento scozzese hanno iniziato a fare gruppo e a portare avanti la campagna senza prestare troppe attenzioni ai vari messaggi, poco criptici, in arrivo dalla capitale del regno.

L’incontro – Una volta faccia a faccia, i due contendenti non hanno tergiversato e, arrivando subito al dunque, il segretario laburista Darling ha interrogato nuovamente Salmond sull’eventualità di un piano B se l’uso della sterlina diventasse difficile in seguito ad una vittoria del sì. “Non abbiamo bisogno di piani secondari” – ha risposto il primo ministro – “ma solo tante opzioni quali l’introduzione dell’euro o un sistema a valuta fluttuante simile a quello della corona svedese”, specificando comunque che non esiste nessuna autorità capace di impedire che il pound rimanga moneta ufficiale. Ai diversi tentativi di aprire una breccia nelle strategie dei vote yes, Salmond si è dimostrato più sicuro e in forma rispetto all’ultima volta. Non a caso, secondo le statistiche fatte dal The Guardian a fine serata, il leader dei secessionisti ha fatto segnare ben il 71% di preferenze sul campione intervistato. Un dato molto significativo e che ha portato incertezze sull’esito del voto nel mese prossimo a discapito di quanto creduto finora: che il fronte del no sia quello con un importante vantaggio. Ora invece è chiaro che la percezione è cambiata e il sogno di un autonomia dalla corona inizia ad assumere profili tangibili e mal digeriti dalla fazione opposta. Il punto chiave della serata è stata la discussione, più o meno aperta, riguardante la formula di Barnett. Quest’ultima è un sistema in vigore dagli anni 70 che calcola gli aiuti inviati al parlamento scozzese da parte di Westminster. Attualmente sopra i 26 miliardi di sterline, decresce annualmente dopo i programmi di austerity intrapresi dai conservatori al potere. E’ un sistema che serve a bilanciare la spesa pubblica in Gran Bretagna e si basa sul tasso di densità delle diverse regioni. Ovviamente più aiuti a quelle a maggiore tasso di densità. La Scozia con i suoi 5 milioni di abitanti non risulta essere fra i primi della lista e nello specifico la prospettiva è la riduzione di tali somme a discapito dell’economia interna. Salmond coraggiosamente ha parlato di un vero e proprio sussidio che si muove geograficamente in direzione inversa, dal nord al sud, proventi provenienti dall’estrazione di combustibili fossili che vanno nelle casse del governo di Londra. A questo punto verso la fine del dibattito non a caso, il primo ministro si è detto stanco di non avere una degna rappresentanza politica nelle stanze di Westminster, infatti il suo partito (SNP) ha soli 6 seggi nella House of Commons, presenza povera se si guarda al 50% nel parlamento di casa. Emblematico è stato l’applauso che la maggioranza dei presenti ha rivolto al primo ministro a fine serata. Salmond ha saputo riprendere terreno e rimettersi in corsa nonostante Alistair Darling non gli abbia lasciato respiro sulla questione valuta.

Anche se cercare di guardare agli esiti del voto del prossimo 18 settembre è diventato compito arduo la sensazione è che il carisma, silenzioso e calmo di Alex Salmond ha iniziato a convincere anche quegli elettori compresi in una fascia d’età più giovane. La sua forza è stata, e forse sarà ancora, la capacità di guidare una campagna che si muove su piccoli siti web e blog senza mai scadere nel nazionalismo, anzi riuscendo ad essere comunque una campagna moderata nonostante una vera e propria copertura mediatica avversa e sostenuta dai maggiori quotidiani britannici. Il movimento better together non si può dichiarare sconfitto anche se gli ultimi dati non sono certo favorevoli. Di sicuro il loro leader saprà riorganizzarsi nel breve termine e chiedere consiglio e migliori strategie a coloro che sempre meno sono gli alleati nascosti del movimento ovvero quel partito conservatore guidato da David Cameron attualmente al potere in Gran Bretagna.