di Enrico Oliari –

Ha preso carta e penna il premier giapponese Yoshihiko Noda nel tentativo di placare le acque che bagnano le isole Senkaku (Diaoyu in cinese): con una lettera inviata al presidente cinese Hu Jintao ha espresso il desiderio del Giappone di migliorare le relazioni diplomatiche, guastatesi negli ultimi tempi a causa delle manifestazioni nazionaliste (di certo alimentate da entrambi i paesi e comunque un toccasana nei momenti di crisi economica) in materia degli isolotti contesi, disabitati, ma ricchi di gas.

Già nel gennaio scorso alcuni politici del Sol Levante erano sbarcati sulle isole in modo provocatorio, suscitando le ire diplomatiche di Pechino, ma si è dovuta attendere l’estate per vedere un andirivieni di manifestanti che sono arrivati sugli scogli piantando la propria bandiera e strappando quella lasciata dai visitatori precedenti.

Il 15 agosto la polizia della prefettura di Okinawa aveva arrestato cinque uomini cinesi per violazione della legge sul controllo dell’immigrazione su Uotsurijima, uno degli isolotti delle Senkaku e sia la Cina che la Corea del Sud, quest’ultima in lotta per il controllo delle Takeshima (Dokodo in coreano, o Rocce di Liancourt) avevano rispolverato i fatti di sangue della colonizzazione nipponica degli Anni Trenta e Quaranta sbattendoli in faccia al Giappone, come se i cinesi in Tibet fossero andati a fare turismo.

Il 19 agosto a sbarcare sulle Senkaku ed a sventolare la bandiera con il sole rosso erano stati una decina di manifestanti giapponesi, motivo per cui a Pechino era stato convocato l’ambasciatore nipponico Uichiro Niwa, mentre nelle città cinesi erano state promosse manifestazioni di piazza sfociate però in atti vandalici commessi nei confronti di ristoranti e di negozi giapponesi; un primo gesto di distensione era arrivato proprio dalla Cina, dove il giornale ufficiale della Lega della Gioventù Comunista della Cina, in un commento, aveva descritto gli atti di violenza come “estremamente stupidi”, in quanto non solo ”hanno portato alla perdita di beni appartenenti a connazionali cinesi ma hanno anche danneggiato l’immagine globale del paese”

Il 27 agosto a Pechino un uomo ha attaccato l’automobile dell’Ambasciatore nipponico strappando la bandierina dalla vettura, atto al quale sono seguite le proteste diplomatiche di prassi indirizzate al presidente cinese Hu Jintao.

Tokyo si è quindi è offerta di chiudere la questione acquistando al prezzo di 25,4 mln di dollari gli scogli, contesi oltre che dalla Cina anche da Taiwan, ma amministrati dal Giappone.

L’arcipelago si trova nel Mar Cinese Orientale ed è rimase sotto il controllo giapponese dal 1895 al 1945; dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale ha avuto amministrazione statunitense e nel 1972 è stato restituito a Tokyo. Dal 1971 la sovranità viene reclamata anche dalla Cina e da Taiwan: Pechino in particolare ne rivendica la scoperta (con la denominazione di Diaoyu) e l’amministrazione dal XVI secolo al 1895.