di Valentino De Bernardis –
Domenica 24 aprile la popolazione serba sarà chiamata alla votazione per il rinnovo dei membri del parlamento. Si tratta delle terze elezioni anticipate in quattro anni (le precedenti nel 2012 e 2014). Oggi come ieri, il ricorso alle urne più che sintomo di instabilità politica, rappresenta la chiara volontà politica del governo in carica di rafforzare la propria maggioranza parlamentar, per altro già superiore ai due terzi, sfruttando il vento favorevole di sondaggi favorevoli, e spostare al 2020 la fine naturale del suo mandato.
Un progetto politico ampiamente alla portata del partito del primo ministro Aleksandar Vucic, che alla testa della coalizione “Serbia Vince”, guidato dal Partito Progressista Serbo-SNS (sotto il cui ombrello si collocano una galassia di soggetti politici minori come il Partito Socialdemocratico di Serbia-SDPS, il Partito dei Pensionati Uniti della Serbia-PUPS, Nuova Serbia, il Movimento Socialista e il Partito Popolare Serbo), dati gli ultimi sondaggi dovrebbe raccogliere oltre il 50% delle preferenze. Un’intenzione di voto affatto dissimile da quella raccolta negli ultimi anni, e se confermata apre alla definitiva consacrazione di Vucic a padre fondatore della moderna Serbia, capace di trasformare il SNS da un partito di opposizione nel 2008 dopo la scissione con il Partito Radicale Serbo (21 seggi su 250), ad un partito di governo nel 2012 (55 seggi), a primo partito dell’arco parlamentare nazionale nel 2014 (131 seggi), senza contare la vittoria del suo leader Tomislav Nikolic alle elezioni presidenziali. Scalata continua alle istituzioni serbe dovuta alla capacità di Vucic di sfruttare un favorevole allineamento dei pianeti, quali lo sfaldamento del centrosinistra, l’inconsistenza della proposta alternativa offerta da tutte le forze di opposizione e l’asservimento più o meno forzato dei mezzi di informazione, il tutto trainato dal suo forte carisma personale.
Non sorprende quindi che i sondaggi prevedano uno sterile frazionamento nel voto potenziale raccolto dagli altri contendenti. La coalizione “Serbia Vince” dovrebbe essere seguita a lunga distanza dalla lista guidata dall’attuale ministro degli esteri Ivica Dacic (che unisce il Partito Socialista-SPS, Serbia Unita-JS e Dragan Markovic Palma), data attorno al 12% delle preferenze. Un distacco che mette al riparo Vucic da possibili sorprese nel segreto delle urne, che va ad esacerbare ulteriormente il ruolo di vassallaggio tra i Progressisti e i Socialisti in caso di una futura (e probabilissima) alleanza post-elettorale, come già successo in passato. Il forte pragmatismo di Dacic in politica estera, e il legame storico che unisce i socialisti e Mosca, saranno le principali carte che il partito potrà giocarsi per rivendicare un seppur marginale spazio di manovra, e non venire assorbito con il tempo dal partito-nazione di Vucic.
Sempre per quanto concerne l’area nazionalista torna a crescere il consenso attorno al Partito Radicale Serbo (SRS), voce di chi non ha abbandonato il sogno della Grande Serbia, nemica di ulteriori concessioni autonomiste alla regione kosovara e fortemente contraria al costante ed inesorabile avvicinamento della Serbia alle istituzioni europee, o peggio ancora dell’Alleanza Atlantica. Lo slancio ritrovato dal SRS è il riverbero dell’assoluzione in primo grado ottenuta nel marzo 2016 dal suo leader, Vojislav Seselj, dal tribunale internazionale dell’Aja dall’accusa di crimini contro l’umanità nel periodo di deflagrazione dello stato Jugoslavo. Un verdetto che ha trasformato Seselj in martire, e alimentato l’ideologia ultra nazionalista in varie parti del paese. Un possibile raggiungimento del 7% oltre a drenare i voti a destra al SNS, significherebbe un ritorno dell’estrema destra in parlamento, a cui tutti gli attori politici nazionali ed internazionali dovrebbero guardare con preoccupazione.
A competere per il terzo posto con il SRS le due coalizioni di centrosinistra guidate da Bojan Pajtic del Partito Democratico (DS) e dall’ex presidente della repubblica Boris Tadic, entrambe colpevoli di non essere giunte ad un accordo condiviso e di aver presentato due liste differenti e non alleate, frazionando ulteriormente il voto del proprio bacino elettorale di riferimento. I DS rischierebbero persino di peggiorare il già negativo risultato elettorale del 2014, e vedere ulteriormente ridotto il numero della sua compagine parlamentare ad una esigua rappresentanza. Possibilità non così aleatoria a dimostrazione di quanto il partito abbia la necessità di rifondersi al suo interno, trovare una nuova classe dirigente e, cosa più importante, smettere di inseguire l’agenda dettata dal SNS. Mettere al centro del dibattito politico tematiche importanti ma troppo spesso taciute e/o affrontate in maniera marginale, come la lotta alla corruzione, il rispetto dell’ambiente e una maggiore libertà dei mezzi di informazione, potrebbe essere una via percorribile per rinascere a nuova vita e non lottare in futuro per raggiungere a mala pena la soglia dello sbarramento.
Nonostante la maggioranza plebiscitaria che Vucic si appresta ad ottenere dal voto del 24 aprile, è molto probabile che egli vorrà formare un governo di coalizione, mlm per necessità numerica in parlamento, ma per poter indossare gli abiti dello statista e non dell’uomo politico, di modo da poter giocarsi in futuro anche la carta della presidenza della repubblica. Un governo di coalizione aperto certamente a tutti ad eccezione del SRS, da cui il SNS si è scisso memo di dieci anni fa, per portare completare lo sdoganamento del partito iniziato tanti anni fa, e chiudere definitivamente le porte ad un passato ingombrante e inadatto ad un leader desideroso di far sedere il suo paese nei salotti buoni d’Europa, e non solo.
@debernardisv
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