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Le prospettive di integrazione europea della Serbia, la cooperazione regionale, la questione del Kosovo, i rapporti bilaterali: saranno questi i temi al centro dei colloqui che il ministro degli Esteri Emma Bonino avrà a Belgrado e Pristina domani e mercoledì con la dirigenza serba e kosovara. Una visita, quella della titolare della Farnesina, che giunge in un momento cruciale per Serbia e Kosovo: è ormai sempre più vicino il Consiglio europeo che, nelle speranze di Belgrado, dovrebbe fissare la data di avvio dei negoziati di adesione all’Unione europea (Ue), mentre Pristina si augura di arrivare a un accordo di stabilizzazione e associazione (Asa). La visita in Serbia del ministro Bonino rientra proprio nell`azione italiana di sostegno dell`integrazione europea dei Balcani. L`Italia auspica che il Consiglio Europeo di fine giugno indichi la data per l’apertura del negoziato di adesione della Serbia all’Ue, anche sulla scia della storica intesa sul Kosovo raggiunta il 19 aprile scorso. Nel corso della visita, la prima fuori dall`Italia a parte quelle istituzionali, il ministro Bonino incontrerà il presidente serbo Tomislav Nikolic, il premier Ivica Dacic, il ministro degli Esteri Ivan Mrkic e il primo vicepremier e ministro della Difesa Aleksandar Vucic. Mercoledì, la titolare della Farnesina farà invece tappa a Pristina per incontrare la dirigenza del Kosovo. In agenda i colloqui con il ministro degli Esteri Enver Hoxhaj e con il ministro per l’Integrazione Vlora Citaku. Il passo che Serbia e Kosovo hanno fatto, dopo anni di scontri e polemiche velenose, è stato importante. Il 19 aprile i primi ministri di Belgrado e Pristina hanno raggiunto un accordo cruciale, che avvia il processo di normalizzazione nelle relazioni. Era una precondizione per l’Ue. L’alto rappresentante per la Politica estera dell’Ue Catherine Ashton ha giocato un ruolo cruciale nel mediare in una trattativa che è stata complessa e difficile. L’accordo, poi formalizzato dai Parlamenti dei due paesi, non è comunque di facile applicazione. Non è stato reso completamente pubblico, ma prevede una serie di passi che proprio in questi giorni si stanno realizzando. Belgrado, per esempio, sta smantellando i commissariati che dipendono dal suo ministero dell’Interno nel Nord del Kosovo. L’accordo prevede che il capo della polizia nelle aree a maggioranza serba sia scelto tra i serbi, ma che la polizia operi nella cornice legale e istituzionale dello stato kosovaro. Resta tuttavia il problema di cosa fare dei circa 800 poliziotti serbi: Belgrado chiede che siano tutti integrati nella polizia kosovara, Pristina vorrebbe immetterne non più di 100. Problemi che sembrano risolvibili, anche se nella sanguinosa vicenda dell’indipendenza del Kosovo anche piccoli episodi possono trasformarsi in ostacoli insormontabili. Ma la sensazione è che questa volta ci sia la volontà politica. E l’Italia può certamente giocare un ruolo di primo piano, considerato che il nostro paese può vantare posizioni privilegiate nelle relazioni politiche bilaterali, oltre che nel settore commerciale e degli investimenti. Il premier kosovaro Hashim Thaci, parlando la scorsa settimana con il vicepresidente Usa Joe Biden, ha affermato che il processo avviato dall’accordo è “irreversibile, non fermabile, vitale”. Il primo ministro serbo Ivica Dacic, dal canto suo, parlando venerdì con il segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon ha garantito che Belgrado “farà tutto il possibile” per rispettare il patto di Bruxelles. Anche a costo della perdita di fiducia da parte di una fascia importante dei 40mila serbi del Kosovo, che non ci stanno a uscire fuori dalla cornice costituzionale e istituzionale della Repubblica di Serbia per entrare in quella del Kosovo, a maggioranza albanese. A frapporsi alla pacifica convivenza, ci sono le ferite di una guerra, quella del 1998-99, con le sue violenze e con le sue bombe. A Belgrado, comunque, c’è ottimismo su quello che decideranno i leader europei. C’è ancora qualche perplessità da parte della Germania, che sembra volere realizzata una parte maggiore del patto prima di assegnare una data. Anche per questo, nelle ultime settimane, qualcuno ha ventilato l’ipotesi di un rinvio della decisione, sebbene di pochi giorni. Ma in realtà il processo sembra andare avanti spedito e il ministro degli Esteri serbo Ivan Markic ha detto di non vedere notizie negative all’orizzonte. Dal vertice, insomma, dovrebbe uscire la fatidica data tanto attesa da Belgrado. Pristina, dal canto suo, comincia a vedere i primi frutti dell’accordo. Il 7 giugno ha firmato con la Banca europea degli investimenti (Bei) un accordo cornice sulle future attività, sugli investimenti in particolare infrastrutturali, nel Kosovo. E la Bei è appunto la banca dell’Unione europea.