di Guido Keller –

Essendo scaduto l’ultimatum, le Forze di sicurezza sono intervenute al Cairo per sgomberare le piazze di al-Nahda e di Rabaa al-Adawiyah dai sit-in dei sostenitori dell’ex presidente Mohammed Morsi, in maggioranza Fratelli Musulmani.

Un comunicato ufficiale del Governo ha informato che non è stato impiegato l’Esercito direttamente nelle piazze, ma che i militari stanno solo “garantendo la sicurezza di siti vitali e sedi di ambasciate nel perimetro dei raduni”.

In realtà la giornata di ieri è stato un bagno di sangue, anche perché gli agenti delle Forze della sicurezza hanno trovato nelle perquisizioni numerose armi e, a quanto si è appreso, nella sola piazza al-Nahda, che è la più piccola delle due occupate, sono state arrestate centinaia di persone proprio perché detenevano armi da fuoco e munizioni; per lo stesso numerosi Fratelli Musulmani sono stati tratti in arresto in piazza Rabaa al-Adawiyah.

Man mano che sono passate le ore è vistosamente cresciuto il numero dei morti: i Fratelli Musulmani sostengono che 4.500 manifestanti sono stati uccisi e decine di migliaia feriti, ma la cifra è stata smentita dal ministero della Salute e da fonti ufficiali del governo, che parlano di 638 vittime, fra le quali una quarantina poliziotti, e di circa 4.500 feriti. L’agenzia ufficiale Mena riporta di 17 morti negli scontri in corso nella provincia di Fayoum, a sud del Cairo.

Il portavoce del Fratelli Musulmani, Gehad El-Haddad, ha affermato su un twitter che “Rabaa al-Adawiyah è la nostra Tiananmen”.

Anche un cameraman di Sky News, il 61enne Mick Deane, è rimasto ucciso durante gli scontri al Cairo: lo ha riferito il capo della stessa piattaforma televisiva, precisando che resto della troupe è incolume.

Sempre dalla capitale è arrivata la notizia che tre chiese cristiano-copte sono state date alle fiamme ed altre 19 assaltate dai sostenitori di Morsi, anche perché il patriarca copto Tawadros II era apparso al fianco del generale Abdel Fattah al-Sissi, capo delle Forze armate, lo scorso 3 luglio, giorno del golpe che ha portato alla deposizione e all’arresto di Mohammed Morsi; l’ambasciata statunitense è stata chiusa ed è stato espresso un invito ai cittadini americani alla “massima allerta”.

La Tv panaraba al-Jazeera, vicina ai Fratelli Musulmani, ha fatto sapere che, nonostante i treni siano stati bloccati per impedire ai manifestanti di portare le proteste al di fuori della capitale, ad Alessandria diversi cittadini sono scesi in piazza ed hanno bloccato la via principale.

Preoccupazione per la violenza in atto è stata espressa dal capo della diplomazia europea Catherine Ashton, la quale ha “ribadito che la violenza non condurrà ad alcuna soluzione e facciamo appello alle autorità egiziane a procedere col massimo autocontrollo”; anche l’imam dell’Università-moschea di al-Azhar, Ahmed al Tayyeb, ha chiesto che si fermino le violenze e lo spargimento di sangue.

Il Segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon ha chiesto che si interrompa la repressione, in quanto “crede fermamente che la violenza, usata da qualsiasi delle parti, non è la risposta alla crisi egiziana”; l’Iran ha avvertito che vi è il forte rischio a che il paese “sprofondi nella guerra civile”, mentre per la Turchia è intervenuto il premier Recep Tayyip Erdogan, il quale ha detto che “Coloro che restano in silenzio davanti a questo massacro sono colpevoli tanto quanto chi lo ha compiuto. Il Consiglio di sicurezza dell’Onu deve riunirsi rapidamente”.

Posizione diametralmente opposta a quella degli Emirati Arabi Uniti e del regno di Bahrein, che hanno invece dichiarato il loro pieno sostegno all’azione repressiva della polizia: da Dubai è arrivata “comprensione per le misure sovrane prese dal governo egiziano che aveva mantenuto la massima moderazione negli ultimi tempi” e deplorazione per “l’insistenza dei gruppi politici estremisti a lanciare appelli alla violenza”.

Dal canto suo, il Bahrein ritiene che “le misure prese in Egitto per ristabilire l’ordine rispondono alla richiesta dei cittadini di essere protetti dallo Stato”: sullo sfondo la guerra, questa volta tutta politica, con il Qatar, il quale sostiene e finanzia i Fratelli Musulmani per ottenere una propria egemonia sul mondo arabo.

Il governo ad interim egiziano ha fatto appello ai manifestanti, attraverso un portavoce, “a dare prova di saggezza e a mettere gli interessi della patria davanti a tutto”; ha comunque spiegato che “il Consiglio dei ministri è determinato a fare fronte con fermezza ai sabotatori e a perseguirli”; la tv ha riportato un comunicato della Presidenza con il quale è stato indetto lo stato d’emergenza dalle della la durata di un mese e ieri è stato proclamato il coprifuoco al Cairo per tutta la notte.

Il ministro degli Esteri Emma Bonino ha informato che “Abbiamo tentato una mediazione unitaria anche con gli Stati Uniti ma è fallita perché i militari non hanno accettato alcuna mediazione. Ho convocato l’ambasciatore” egiziano Amr Mostafa Kamal Helmy; Bonino ha anche fatto sapere che si terrà quanto prima una riunione d’urgenza dei ministro degli Esteri dell’Unione europea.

Il vicepresidente e Premio Nobel Mohamed el Baradei si è comunque dimesso dal suo incarico in quanto, come ha scritto nella sua lettera, non sarebbero state valutate tutte le opzioni di carattere politico per risolvere la crisi: “Mi è diventato difficile di proseguire ad assumere la responsabilità di decisioni con le quali non sono d’accordo”, ha scritto.

A Ebeid Street, non molto distante da piazza Rabaa, dei pressi della moschea di al-Iman al Cairo, i Fratelli Musulmani hanno eretto nuove barricate ed il btaccio politico del movimento, il partito Giustizia e libertà (Fjp), ha convocato per domani una “grande mobilitazione in tutto il Paese”.