di Guido Keller

Sembrava fosse fatta. Tuttavia è scemato ben presto il “cauto ottimismo” che negli ultimi giorni avevano manifestato i rappresentanti del “5+1” (Russia, Usa, Cina, Gb e Francia + Germania) e della Repubblica Islamica alle trattative sul nucleare iraniano.

A solo un giorno dal termine ultimo per la chiusura dei colloqui iniziati due anni fa, è avvenuto che Abbas Araqchi, capo-negoziatore della Repubblica Islamica, ha negato la disponibilità dell’Iran al trasferimento del proprio combustibile nucleare in Russia, cosa confermata ai media ai quali ha detto che “L’esportazione di scorte di uranio arricchito non è nel nostro programma e non intendiamo inviarle all’estero”.

Una situazione difficile, di certo non messa sul tavolo all’ultimo momento per alzare la posta. Fatto sta che ieri pomeriggio il ministro degli Esteri russo Serghiei Lavrov, pur comunicando che sussiste “la generale volontà di raggiungere una soluzione”, ha alzato i tacchi e ha lasciato Losanna, affermando che sarebbe tornato oggi solo davanti a qualcosa di concreto, cosa che poi ha fatto: “Intendo tornare e prendere parte alla sessione finale dell’incontro ministeriale” del 5+1, ha detto in mattinata Lavrov ai giornalisti.

Non meno dubbiosa è stata la portavoce del Dipartimento di Stato Usa Marie Harf, la quale ha fatto sapere che vi è solo il 50 per cento delle possibilità di arrivare ad una firma.

Diplomaticamente il segretario di Stato John Kerry ha precisato che “Oggi, sono stati fatti dei progressi ma restano” ancora alcuni “temi complicati”.

Altri argomenti su cui ancora non si è trovata la quadratura del cerchio sono la durata dell’accordo, che l’Iran vorrebbe di 10 anni mentre gli Usa di 15, e l’annosa questione delle sanzioni che gli iraniani vorrebbero esaurite con l’entrata in vigore dell’accordo, mentre gli Usa ne vorrebbero il ritiro graduale. Sono stati superati altri ostacoli, come il numero delle centrifughe da poter utilizzare (6mila su 10mila), e il futuro degli impianti nucleari, come quello strategico di Fordow.

Israele sta comunque facendo pressing sui deputati Usa perché boccino al Congresso l’accordo, e di certo il suo intervento al Congresso di Washington lo scorso 2 marzo non è servito solo per la campagna elettorale. Basti pensare che solo pochi giorni fa l’intelligence Usa ha appurato che il Mossad israeliano ha spiato le trattative al fine di informare i parlamentari americani di area repubblicana sui vari passaggi, tanto che in 367 hanno scritto ad Obama per fargli presente che in materia ci sono “ancora molti temi seri e urgenti non risolti” e mostrando preoccupazione sia per il rischio che Teheran arricchisca comunque l’uranio oltre il limite stabilito, sia perché le autorità di Teheran continuerebbero ad ostacolare le ispezioni. Hanno inoltre avvertito il presidente che la riduzione delle sanzioni deve passare dal Congresso, il quale deve avere come dato certo il fatto che la Repubblica Islamica non possa produrre armi atomiche.