di Guido Keller –

In un messaggio indirizzato al paese in occasione della festa delle Forze armate, il presidente siriano Bashar al-Assad si è detto “sicuro della vittoria” contro le milizie dei ribelli.

Effettivamente dalla sua parte ha un fronte unito e compatto, fatto, oltre che del suo esercito, anche di qualche migliaio di Hezbollah libanesi e di pasdaran iraniani, i quali si sono riversati nel campo di battaglia dopo che Francia e Gran Bretagna hanno fatto sapere la loro intenzione di vendere armi agli insorti; ma l’alleato principale di Damasco resta la Russia, la quale possiede a Tartus la sua unica base sul Mediterraneo in un panorama che dal Marocco al Kirghizistan (con esclusione dell’Iran) vede basi statunitensi, sta rifornendo di armi il regime e soprattutto, forte del suo diritto di veto al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, sta tagliando la strada agli Stati Uniti.

Dall’altra il fronte degli insorti si presenta spaccato: i finanziamenti in particolare di Qatar (3 mld di dlr) e di Arabia Saudita non arrivano sempre dove dovrebbero e si ingrossano ogni giorno i gruppi jihadisti che, legati ad al-Qaeda, vorrebbero trasformare la Siria in un califfato: questi sono arrivati alle armi con i curdi per il controllo dei valichi del nord e, fra le vittime delle loro violenze, vi sono persino omicidi di alti ufficiali dell’Esercito libero siriano.

Così oggi al-Assad ha potuto affermare: “Se in Siria non fossimo sicuri della vittoria, non avremmo avuto la capacità di resistere e non avremmo potuto proseguire la battaglia dopo oltre due anni di aggressione”, per cui nutro “grande fede e fiducia nella capacità dell’esercito a condurre la missione nazionale” affidatagli.

Ha poi concluso affermando che “Avete dato prova di raro coraggio nella battaglia contro il terrorismo e avete impressionato il mondo intero con la vostra resistenza, affrontando la più brutale e feroce delle guerre moderne”.