di Giuseppe Gagliano –
L’arrivo a Washington del presidente siriano ad interim Ahmed al-Sharaa, ex capo di un gruppo islamista radicale, sancisce una rottura storica. Per la prima volta un capo di Stato siriano varca la soglia della Casa Bianca non come avversario, ma come interlocutore necessario. Non è solo un cambio di clima diplomatico: è il segnale che gli Stati Uniti hanno deciso di riordinare il mosaico mediorientale, ridefinendo ruoli, alleanze e nemici.
La rimozione delle sanzioni Onu contro Sharaa e il suo ministro dell’Interno è il prezzo d’ingresso di Damasco nel nuovo gioco. In cambio, la Siria accetta di presentarsi come soggetto “recuperabile”: impegnata nella ricostruzione, nella lotta al terrorismo e – soprattutto – disponibile a un percorso, graduale ma concreto, di intesa con Israele.
Per Washington, la Siria post-Assad ha una funzione precisa: chiudere una delle principali brecce che per anni hanno consentito all’Iran di proiettare potenza verso il Mediterraneo e verso il Libano. L’antico asse Teheran-Damasco-Hezbollah viene progressivamente sostituito da un triangolo diverso: Stati Uniti, Israele, nuova Siria.
Il progetto di una presenza militare statunitense in una base aerea presso Damasco non è un dettaglio tecnico. È il tassello militare di un patto politico: gli Stati Uniti si offrono come garanti di una zona meridionale smilitarizzata, utile a rassicurare Israele, e allo stesso tempo come protettori del nuovo potere siriano, che ha bisogno di sicurezza esterna per concentrarsi sulla pacificazione interna. La base serve alla logistica e alla sorveglianza, ma soprattutto a fissare sul terreno il nuovo equilibrio.
Per Israele, la caduta di Assad e l’ascesa di Sharaa hanno avuto un doppio effetto. Da un lato, l’eliminazione di un alleato storico dell’Iran e la possibilità di trasformare un vicino ostile in un interlocutore condizionabile; dall’altro, la paura di trovarsi di fronte a un gruppo “riciclato”, con radici jihadiste, che potrebbe cambiare linea una volta consolidato al potere.
L’accordo in discussione ricorda lo schema del 1974: ritiro israeliano dalla zona cuscinetto in cambio di garanzie sulla demilitarizzazione del Sud della Siria. Ma le richieste di Tel Aviv di mantenere truppe sul Monte Hermon, di limitare i voli siriani e di aprire un corridoio umanitario verso Suwayda mostrano che Israele non si fida fino in fondo. Chiede sicurezza fisica e, al tempo stesso, una sorta di diritto di accesso permanente agli equilibri interni siriani. Per Sharaa questo significa rinunciare a una parte sostanziale della sovranità, proprio mentre cerca di apparire come il restauratore dell’unità siriana.
Sul piano economico, la Siria si presenta a Washington in ginocchio. Tredici anni di guerra civile hanno distrutto infrastrutture, industria, sistema energetico. Senza investimenti esteri, e senza la riapertura dei canali bancari, nessuna ricostruzione è possibile.
La contropartita è evidente: gli Stati Uniti offrono lo sblocco graduale delle sanzioni e l’accesso a capitali occidentali, chiedendo in cambio allineamento geopolitico, accordi di sicurezza con Israele e contenimento delle reti iraniane. La ricostruzione diventa così un’arma geoeconomica: chi finanzia può dettare condizioni sulle rotte commerciali, sugli appalti, sui partner energetici. La Siria, che per anni è stata il corridoio logistico dell’Iran verso il Libano, rischia di trasformarsi in un corridoio economico e militare controllato da Washington e Tel Aviv.
Per l’Iran, la nuova Siria è un colpo strategico. La caduta di Assad ha incrinato il cuore dell’Asse della Resistenza, togliendo a Teheran il principale alleato arabo e la retrovia per Hezbollah. Le denunce contro gli Stati Uniti e Israele, accusati di guidare una “cospirazione”, mostrano tutta la frustrazione di un attore che vede restringersi i propri margini.
La Russia gioca su due tavoli: ospita Sharaa a Mosca, rassicura Teheran sulla cooperazione, ma accetta il nuovo corso siriano perché le consente di restare potenza di equilibrio, evitando che l’Iran diventi troppo ingombrante. Per Teheran, il rapporto con Mosca diventa una stampella indispensabile ma anche un promemoria della propria debolezza: senza più controllo diretto su Damasco, l’Iran dipende dalla buona volontà russa per mantenere un minimo di influenza.
La visita di Sharaa alla Casa Bianca non è solo una tappa diplomatica: è il segnale che il Medio Oriente sta entrando in una fase in cui i vecchi conflitti vengono congelati, non risolti, in cambio di nuove linee di sicurezza disegnate da Washington e sostenute da accordi di sicurezza e di investimento.
Per Israele, questo quadro offre la prospettiva di un confine settentrionale più stabile e di un indebolimento strutturale dell’Iran. Per la Siria, offre la possibilità di uscire dall’isolamento e di riavviare l’economia, ma al prezzo di una sovranità vigilata. Per Teheran, infine, è l’annuncio di un Medio Oriente dove lo spazio di manovra dell’Asse della Resistenza si riduce e la capacità di condizionare Damasco viene sostituita da una faticosa resistenza simbolica.
Dietro le foto a Washington, dunque, si intravede un ordine regionale in cui le guerre non scompaiono, ma vengono amministrate dall’alto; e in cui la ricostruzione, le basi militari e i patti di sicurezza diventano gli strumenti con cui gli Stati Uniti cercano di ridisegnare, a proprio vantaggio, la geografia del potere mediorientale.












