di Giuseppe Gagliano

L’ennesima incursione israeliana in Siria, con tredici morti tra cui due bambini, non è solo l’ultimo episodio di un conflitto che va avanti da più di dieci anni. È la dimostrazione di come il Medio Oriente stia scivolando verso una normalizzazione del caos, dove le linee rosse scompaiono e le zone cuscinetto diventano territori di nessuno. La città di Beit Jinn, nei pressi di Damasco, è oggi teatro di scontri tra truppe israeliane, residenti in fuga e droni che sorvolano l’area, impedendo persino ai soccorritori siriani di accedere ai feriti. Se si scava sotto la superficie militare, il quadro che emerge riguarda la strategia regionale israeliana, la fragilità dello Stato siriano post-Assad e il silenzio internazionale su un dossier che non conviene a nessuno affrontare.

L’operazione di fine novembre è stata definita da Tel Aviv un’azione contro “terroristi di Jaama Islamiya”. Damasco e i civili raccontano invece un’altra storia: un villaggio di agricoltori senza milizie, sorpresi da un raid che ha trasformato le campagne in una zona di combattimento. Da quando Bashar al-Assad è stato rovesciato nel dicembre 2024, Israele ha ampliato di fatto la sua presenza nella Siria meridionale, occupando porzioni della fascia di sicurezza prevista dagli accordi del 1974 e impossessandosi di Jabal al-Sheikh, punto strategico per il controllo dell’intera regione del Golan.

Il messaggio politico è chiaro. Per una parte della classe dirigente israeliana ogni instabilità al confine è una giustificazione per avanzare, colpire o stabilire nuove posizioni difensive che poi diventano definitive. La visita recente di Netanyahu alle postazioni militari nel Golan siriano occupato va letta come un segnale: Israele non intende arretrare né aprire un dialogo sul futuro della frontiera, nonostante gli inviti alla moderazione che arrivano da Washington. Gli Stati Uniti, impegnati su altri fronti e concentrati sulla questione Gaza, non sembrano avere la volontà politica di costringere Tel Aviv a ridimensionare le operazioni in Siria.

La posizione siriana, negli ultimi mesi, è sempre più debole. Lo Stato ha perso coesione territoriale, le milizie locali sono disarticolate e la presenza delle forze speciali israeliane è ormai un dato di fatto nelle province di Quneitra e Damasco. I civili vengono fermati, perquisiti, arrestati, in un clima di paura che richiama le prime fasi dell’occupazione del Golan negli anni Settanta. I gruppi per i diritti umani parlano apertamente di rapimenti e detenzioni arbitrarie. Intanto, Damasco protesta, ma senza la capacità reale di reagire.

Sul piano geopolitico, la partita è più ampia. Israele considera la Siria un corridoio strategico per contenere l’Iran e colpire infrastrutture militari e logistiche riconducibili a Teheran. Ogni attacco sul territorio siriano manda un messaggio diretto non solo a Damasco, ma soprattutto a Hezbollah e all’Iran: nessuna linea rossa è invalicabile. Di contro, l’assenza di una risposta consistente da parte iraniana indica che Teheran valuta altro in questo momento: la sopravvivenza dei propri asset a Gaza e in Libano, la gestione interna delle tensioni e un equilibrio regionale che non vuole far precipitare.

L’incursione di Beit Jinn non è quindi un episodio isolato. È il tassello di una strategia che mira a consolidare una nuova architettura di sicurezza israeliana sul fronte settentrionale, approfittando della debolezza siriana e dell’attenzione globale concentrata sul conflitto di Gaza. Le vittime civili, i bambini uccisi, le famiglie in fuga sono il prezzo umano di uno scontro dove la Siria, frammentata e dimenticata, è diventata il terreno su cui altri decidono il suo destino.

Se la comunità internazionale non riapre presto il dossier siriano, il rischio è che l’instabilità diventi permanente e che il confine tra Israele e Siria venga ridisegnato non al tavolo negoziale, ma con i mezzi militari. E in Medio Oriente, quando i confini cambiano con la forza, la storia ci dice che difficilmente tornano indietro.