di Enrico Oliari –
Bashar al-Assad è stato rieletto alla presidenza della Siria per il suo terzo mandato con l’88,07% dei voti, un risultato scontato che gli ha permesso di battere concorrenti “di facciata”, come il deputato comunista di Aleppo Maher Abd Al-Hafiz Hajjar e il liberale Hassan Abdullah al-Nouri dell’Iniziativa nazionale per il cambiamento e l’amministrazione in Siria.
La vittoria di al-Assad è la prova provata del fallimento delle riunioni di Ginevra sul conflitto siriano, basti pensare che già in occasione del “Ginevra 1”, tenutosi nella città svizzera il 30 giugno 2012 su mediazione di Kofi Annan, al quale avevano preso parte Usa, Russia e Gb, era stato stabilito che il presidente non si sarebbe più presentato alle elezioni; tale proposta è stata la base su cui Lakhdar Brahimi, che ha sostituito Kofi Annan come inviato speciale di Onu e Lega Araba per la Siria, ha costruito la conferenza internazionale “Ginevra 2”, un secondo fallimento.
In un primo momento Basar al-Assad aveva accettato le condizioni di Ginevra, ma a fargli cambiare opinione sono stati una serie di fattori preesistenti e subentrati con il conflitto civile ancora in corso, che è già costato la vita a oltre 160mila persone, riassumibili negli interessi degli alleati (e di Israele) e in quale alternativa si sarebbe presentata per la guida del paese.
1 – La Russia è il miglior alleato di Bashar al-Assad. Mosca, che ha in corso tensioni con l’Occidente per la crisi Ucraina, possiede a Tartus, in Siria, una base militare fornitissima di navi, aerei, sottomarini, truppe ed altri mezzi; fino a poco fa era l’unica del Mediterraneo, ma il supporto dato dall’amministrazione Obama ai Fratelli Musulmani (longa manus del Qatar) dell’Egitto e quindi la decisione di interrompere i finanziamenti e la fornitura di armi al Cairo, ha aperto le porte del Paese dei faraoni ai russi, che ora stanno costruendo una base navale ad Alessandria.
Queste due basi rappresentano le uniche della Russia in un panorama che va dal Marocco al Kirghizistan.
Il Cremlino, che si è opposto all’intervento militare di Usa, Francia e Gb in Siria all’indomani della strage di civili uccisi con il gas (circa 1300, ma poi si è scoperto che gli autori furono i qaedisti per accendere la reazione militare occidentale), ha in Damasco un formidabile alleato e non è certo disposto a cederlo alla sfera degli interessi occidentali.
2 – La Cina, che come la Russia ha diritto di veto al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, ha interesse che gli Stati Uniti non aumentino il loro già consolidato peso nel Mediterraneo ed ha da sempre il progetto di fare dei porti siriani un appoggio logistico per le proprie merci dirette verso la ricca Europa; inoltre con l’amministrazione di al-Assad Pechino ha in essere un cospicuo numero di contratti che riguardava soprattutto i campi delle telecomunicazioni e delle infrastrutture.
3 – Ad Israele è sempre convenuta la presenza di Basar al-Assad al governo del paese, tant’è che le sporadiche azioni mirate dell’aviazione israeliana hanno avuto come obiettivo solo convogli di armi dirette dalla Siria agli Hezbollah libanesi, alleati di al-Assad.
Nell’inverno 2012-2013 Tel Aviv aveva fermato le forniture di gas a Gaza per l’ennesimo attacco di razzi sparati dalla Striscia; in tutta risposta i Fratelli Musulmani avevano chiuso il gasdotto che dall’Egitto (da el-Arish) porta il gas in Israele attraverso il mare, ad Ashkelon. Quel gasdotto in realtà è la prosecuzione di due tubature, una egiziana, ed una più importante che è il Gasdotto Arabico, il quale parte dalla città siriana di Homs, scende fino alla giordana Aqaba e risale il Sinai, fino, appunto, ad el-Arish. Non ci vuole molto a dedurre cosa sarebbe successo se città siriane come Homs sarebbero finite in mano a gruppi profondamente antisionisti, come nel caso dei qaedisti che ancora oggi combattono in Siria.
Inoltre vi è la questione delle Alture del Golan, importante area strategica e soprattutto riserva d’acqua in una zona di per sé carente: la perdita delle Alture, occupate nel 1967 con la Guerra dei Sei giorni, non hanno mai incontrato le ire degli al-Assad padre e figlio, se non quale borbottio di circostanza. Già gli insorti ed ancora più gli jihadisti avevano giurato che le alture del Golan sarebbero tornate alla Siria.
4 – Gli insorti, che comunque si sono sollevati contro un regime responsabile di violazioni dei diritti umani, di stragi e di aver modificato apposta la Costituzione per permettere la prima elezione di Bashar al-Assad, per aumentare le proprie forze hanno commesso due imperdonabili errori, ovvero di aver cercato nella confinante Turchia un alleato e di aver permesso l’entrata nel paese dei gruppi qaedisti con i quali si sono legati a doppio filo.
Nel primo caso c’è da dire che fin da subito Ankara ha chiesto (senza ottenerlo) alla comunità internazionale una zona di cuscinetto di 20 km in nel territorio siriano per poter tenere sotto controllo i curdi del nord, ma soprattutto ha aperto le porte ad ogni genere di traffico proveniente dal Mediterraneo e dal Caucaso e diretto in Siria: come Notizie Geopolitiche ha riportato (vedi l’intervista del leader di Ansar al-Sharia Hassan Ben Brik e il pezzo sul trafficante di armi dalla Libia alla Siria Abdul Basit Haroun), dalla Turchia (ma anche da altri paesi, come l’Iraq e la Giordania) sono transitati gli jihadisti e le armi dirette in Siria.
L’alleanza degli insorti con gli jihadisti si è poi dimostrata l’abbraccio della mantide religiosa, poiché i vari gruppi come Jabat al-Nusra e l’Isil (Stato islamico dell’Iraq e del Levante), composti da circa 80mila miliziani, si sono ufficialmente dichiarati appartenenti ad al-Qaeda, caricando tutta la lotta degli insorti del disinteresse, se non dello spregio, dell’opinione pubblica internazionale: d’altronde come si può chiedere ad un cittadino medio di sostenere culturalmente e con le proprie tasse la lotta contro al-Qaeda in Afghanistan e pro al-Qaeda in Siria?
Gli jihadisti e gli insorti si sono poi messi gli uni contro gli altri: come ha riferito a Notizie Geopolitiche Ben Brik, che in Siria ha combattuto, “Le cose sono diventate palesi a dicembre, secondo me in vista del “Ginevra 2”: l’Esercito libero siriano aveva bisogno di guadagnare terreno, in modo da accrescere il proprio peso in vista delle trattative. Per questo si è rivoltato contro di noi, specie ad Aleppo. E noi ci siamo difesi. Ma non solo l’Esercito libero si è messo a spararci, bensì anche le fazioni di combattenti islamici sostenute dall’Arabia Saudita e quindi dagli Usa, strategia adottata per isolarci e per mettere al sicuro Israele”; e difatti quel che ne è uscito è stato un graduale ma irreversibile indebolimento del fronte: da una parte l’esercito di al-Assad con gli Hezbollah libanesi e i pasdaran iraniani, dall’altra gli insorti in lotta contro gli jihadisti, a loro volta frammentati nei diversi gruppi in lotta gli uni contro gli altri.
Mentre gli jihadisti si stanno ritirando (testimonianze li danno in arrivo in Libia, nello Yemen, in Mali, nel Caucaso e qualche elemento in Ucraina a fianco dei filo-russi), l’esercito regolare siriano guadagna ogni giorni terreno e al-Assad, che oggi ha vinto le elezioni proprio perché nel quadro sovra esposto non sarebbero potute esistere alternative, sta per assicurarsi anche la vittoria in un conflitto la cui responsabilità ricade anche sulla cattiva politica estera statunitense che, come nel caso dell’Egitto e dei russi ad Alessandria, si mostra poco previdente, debole.
Per quanto ogni caso vada preso a sé (ad esempio, in Tunisia la Rivoluzione è stata spontanea), lo stesso quadro delle “Primavere Arabe” ha fatto vedere un Obama incapace di vedere le conseguenze di un cambiamento repentino e non graduale, dove la soluzione era il o il bianco, senza considerale l’incognita rappresentata dall’ampia scala dei grigi, come nel caso della Libia, dove la cura si è mostrata fino ad oggi peggiore della malattia.
Sullo sfondo, inutile fingere di non vederlo, il conflitto giocato fuori casa fra l’Arabia Saudita ed il Qatar, entrambi paesi finanziatori di diverse fazioni di jihadisti e, nel caso di Doha, dei Fratelli Musulmani: fino a poco tempo fa erano l’Arabia Saudita e l’Egitto gli interlocutori del Mondo arabo con l’Occidente, ma sia l’insurrezione in Egitto contro Mubaraq (i Fratelli Musulmani sono finanziati dal Qatar), sia la crisi interna dell’Arabia Saudita dovuta alla lotta fra le varie fazioni, hanno indebolito i rispettivi ruoli lasciando spazio appunto al Qatar: oggi l’Arabia Saudita e il Qatar sono in lotta per contendersi tale ruolo e come teatro di battaglia utilizzano gli altri diversi paesi arabi, fra i quali la Siria.
L’errore dell’Occidente e, se vogliamo, della comunità internazionale, è stato quello di assecondare i bisticci interni al mondo arabo e di aver accettato la sostituzione di forme di governo stabili con l’incognita di movimenti radicali, salvo poi dover fare marcia indietro, dopo bagni di sangue.
L’elezione di oggi in Siria di Bashar al-Assad conviene quindi a molti ed è dovuta alla debolezza delle tesi di altri, che magari hanno commesso l’errore di sempre, ovvero di pretendere di misurare con il proprio metro realtà assai diverse.
Oggi Bashar al-Assad è quindi chiamato a dare prova di saggezza politica facendo tesoro della terribile esperienza che ha interessato il proprio paese, dove l’azione repressiva degli oppositori si è trasformata in una rivoluzione. Ed è chiamato con il voto di oggi a ricostruire la Siria nell’ottica della riconciliazione nazionale e del coinvolgimento delle parti in un dialogo ampio e realmente democratico.

