di Guido Keller

Al termine dell’incontro con il collega britannico Philipp Hammond, il segretario di Stato Usa John Kerry ha spiegato che per Washington la posizione rimane l’uscita di scena del presidente siriano Bashar al-Assad, ma un eventuale accordo potrebbe non prevedere il quando. Per Kerry gli alleati del presidente siriano, cioè la Russia e l’Iran, ma anche “chiunque altro abbia influenza” su di lui, potrebbero spingerlo a trattare le proprie dimissioni al fine di dare inizio ad un processo di transizione politica per il quale lo stesso Kerry si impegnerebbe di prima persona.

“Occorre negoziare – ha detto Kerry – è a questo che noi puntiamo perché il non farlo impedisce alla crisi di terminare. Noi siamo pronti, ma lo è anche al-Assad? Lo è sul serio? E la Russia, è pronta a portarlo al tavolo delle trattative?” (…) “Finora – ha continuato – al-Assad ha rifiutato qualsiasi discussione seria, e la Russia si è rifiutata di persuaderlo”.

Eppure qualcosa si sta muovendo. Proprio ieri il ministro degli Esteri russo Sergei Shoigu si è sentito al telefono con il segretario alla Difesa Usa Ashton Carter per manifestare una possibile azione della Russia contro l’Isis, ed oggi Kerry ha espresso apertura circa le “modalità da trovare per eliminare l’Isis con la massima rapidità ed efficacia”, per quanto per lui la priorità continui ad essere un nuovo assetto per il Paese mediorientale.

Ma la novità sta nel fatto che le dimissioni di al-Assad “non devono avvenire per forza il giorno tale o il mese talaltro”, posizione questa non dissimile da quella del Cremlino e comunque diversa da quella espressa fino ad oggi dagli Usa, che pretendevano un allontanamento immediato del leader siriano.

“Io so semplicemente – ha aggiunto il segretario di stato – che il popolo siriano si è già espresso, e si è espresso con le proprie gambe, visto che lasciano la Siria”.

In realtà dalla Siria stanno scappando un po’ tutti, e le marce dei profughi vedono fianco a fianco oppositori al regime di al-Assad e funzionari dello stato siriano, cristiani, musulmani sunniti e alaweiti, cioè sciiti e della stessa confessione per presidente. Perché il dramma è l’Isis, che in Siria non si è concretizzato per caso.