di Enrico Oliari

I Sukoi russi hanno continuato anche oggi a colpire obiettivi in Siria, sia dello Stato Islamico che di Jabat al-Nusra, diramazione siriana di al-Qaeda mai interessata dai raid della coalizione a guida Usa: il bollettino di guerra diramato da Mosca informa che nelle ultime 72 ore sono stati effettuati 60 attacchi e che sono stati centrati un bunker sotterraneo nel quale erano stati stipati esplosivi, mezzi militari, un campo di addestramento, un deposito di armi, un comando a Raqqa, fortificazioni e postazioni, “il tutto – ha sottolineato il ministero della Difesa di Mosca – utilizzando bombe intelligenti”.

L’Osservatorio siriano per i diritti umani, che ha sede a Londra ed è vicino alle opposizioni anti al-Assad (alleato di Mosca) ha comunicato la morte negli attacchi di 39 civili tra cui otto bambini e altrettante donne; anche il ministro della Difesa britannico Michael Fallon ha affermato che i russi starebbero colpendo con missili non “intelligenti”, per cui sarebbero morti numerosi civili. La cosa è stata smentita dalla Russia, che ha potuto dimostrare il ricorso a missili “intelligenti”.

Mosca è anche tornata a chiedere a Washington di lasciare liberi i corridoi di volo ed ha informato di aver chiesto già prima dell’inizio degli attacchi russi di ritirare gli addestratori statunitensi dalle zone considerate obiettivo.

Il premier britannico David Cameron è intervenuto dicendo che i raid russi in Siria stanno appoggiando “il macellaio” Bashar al-Assad ed ha accusato la Russia “di non fare distinzioni fra l’Isis e i legittimi gruppi dell’opposizione siriana”. “Come risultato – ha spiegato l’inquilino di Downing Street – i russi stanno sostenendo il macellaio al-Assad e lo stanno aiutando, peggiorando davvero la situazione”. “E’ quindi necessaria una soluzione politica, la quale rappresenta l’unica risposta per portare la pace nell’area”.

Il conflitto siriano ha già visto oltre 230mila morti e 11 milioni di profughi (dei quali l‘Europa sembra essersi accorta solo ora), per cui fa rimanere basiti l’affermazione di Cameron secondo cui la soluzione del dramma “deve restare politica”.

In realtà la crisi siriana è ben più di uno scontro fra oppositori e regime nel quale si è improvvisamente materializzato l’Isis, ed anche il presidente russo Vladimir Putin ha voluto ricordare nel suo intervento all’Assemblea delle Nazioni Unite che “Si vorrebbe chiedere a coloro che hanno creato questa situazione se almeno ora si rendono conto di cosa hanno fatto”.

In Siria, paese da sempre nella sfera Russa (a Tartus esiste una base militare fin dai tempi dell’Unione Sovietica) sono entrati in gioco interessi multipli che hanno portato a conflitti multipli: la guerra degli insorti contro Bashar al-Assad, prontamente sostenuti dall’occidente dai paesi fautori delle “Primavere arabe” in primis il Qatar, l’atavica lotta di Arabia Saudita e Qatar combattuta su altri scacchieri (vedi Egitto), la lotta dei curdi e della Turchia, gli sciiti, sostenuti da Iran e Hezbollah libanesi, contro i sunniti, i qaedisti di Jabat al-Nusra contro i jihadisti dell’Isis, e se si vuole il conflitto politico tra Usa e Russia.

Quest’ultimo rimanda alla strategia delle sfere di influenza, ed in un disegno geometrico si possono vedere gli Usa aver piantato le proprie basi in tutti i paesi del mondo arabo dal Marocco al Kirghizistan, secondo una linea orizzontale, con la sola esclusione di Iran e Siria e fino a poco fa di Afghanistan e Iraq; una linea verticale taglia in due quella degli Usa e vede la Russia avere basi, oltre che nei propri confini, in Crimea, Siria ed Egitto, ad Alessandria.

In questo quadro l’Isis appare come uno strumento di Usa, Qatar e Turchia per combattere in casa russa (si veda “Isis, quell’esperimento di Usa, Qatar e Turchia finito davvero male…”), ma che poi è sfuggito loro di mano, anche perché ha assorbito e sta assorbendo, ad esempio, i molti militari e funzionari dell’ancien régime iracheno messi da parte proprio dagli Usa. Una situazione ben descritta dal ministro degli Esteri iraniano Mohamad Javad Zarif, il quale a suo tempo aveva descritto l’Isis come un “Frankenstein tornato a divorare i suoi creatori”.

Quello che è certo è che all’occidente non piace l’entrata in gioco degli aerei russi, sia perché si stanno dimostrando più incisivi di quelli della coalizione a guida Usa, i quali in un anno non hanno scalfito l’Isis in Siria, sia perché rappresentano l’occasione per Putin di uscire dall’isolamento a cui è stato costretto dalla crisi ucraina, sia perché Mosca sta così dimostrando di non voler cedere una propria zona di influenza all’occidente.