di Enrico Oliari –

Fino a poco fa la permanenza di Bashar al-Assad alla presidenza della Siria era il pomo della discordia nel quadro delle trattative, o meglio, dei tentativi di trattative, volte ad arrivare quantomeno ad una tregua del conflitto siriano.

Falliti i colloqui di Ginevra 1 e di Ginevra 2 ( l’allora inviato speciale dell’Onu Lakhdar Brahimi si era

“scusato con il popolo siriano”) proprio per l’insistente richiesta degli Usa e degli alleati delle dimissioni del presidente siriano, la situazione è rimasta pressoché in stallo, fatto salvo l’avanzata dei jihadisti dell’Isis a danno sia dei lealisti che degli oppositori.

D’altronde Usa e monarchie del Golfo avevano insistito anche per l’esclusione dai colloqui dell’Iran, uno dei principali attori nella crisi, per cui il segretario generale delle Nazioni Unite era stato costretto a ritirare l’invito ai delegati della Repubblica Islamica.

L’elemento innovatore nel conflitto è stato l’intervento della Russia, alleata di ferro di Bashar al-Assad, la quale si è così messa nelle condizioni di avviare la propria l’iniziativa diplomatica e di dialogare alla pari con gli Stati Uniti.

I contatti, specialmente fra il ministro degli Esteri Sergei Lavrov e il segretario di Stato John Kerry, sono stati intensi e spesso non diffusi, ma sempre più segnali indicano una convergenza proprio sul principale elemento di contrasto: in settembre, al termine dell’incontro con il collega britannico Philipp Hammond, Kerry aveva avverato che “Occorre negoziare, è a questo che noi puntiamo, perché il non farlo impedisce alla crisi di terminare. Noi siamo pronti, ma lo è anche al-Assad? Lo è sul serio? E la Russia, è pronta a portarlo al tavolo delle trattative?” (…) “Finora – aveva continuato – al-Assad ha rifiutato qualsiasi discussione seria, e la Russia si è rifiutata di persuaderlo”. Ma soprattutto: le dimissioni di al-Assad “non devono avvenire per forza il giorno tale o il mese talaltro”.

Un altro segnale importante è arrivato a seguito dell’incontro di Sochi fra Vladimir Putin e Bashar al-Assad dello scorso 21 ottobre, quando al termine il presidente russo ha dichiarato che “al-Assad è pronto a dialogare con quelle forze dell’opposizione siriana che si mostreranno disponibili” a unire le forze contro lo Stato Islamico, per cui il governo siriano “deve stabilire contatti” (…). “Ad al-Assad ho chiesto: come vi rapportereste al fatto che noi supportassimo milizie di opposizione ma che sono contro l’Is? E lui ha risposto positivamente. Proviamo ora a passare dalla teoria alla pratica”.

Il 30 ottobre l’incontro di Vienna fra 17 paesi, tra i quali questa volta anche l’Iran (nonostante le proteste saudite), non ha ufficialmente chiarito la questione della permanenza al potere di Bashar al-Assad, anzi, non se ne è quasi parlato, segno che Stati Uniti e Russia, i capofila delle due parti, stanno lavorando ad un compromesso ufficioso per raggiungere la tregua, ovvero un governo di transizione composto da Bashar al-Assad e da membri delle opposizioni.

Per il diretto interessato, cioè il presidente siriano, prioritario è sconfiggere l’Isis e i gruppi jihadisti, ma incontrando pochi giorni fa una delegazione di parlamentari russi, ha anche detto che “L’annientamento delle organizzazioni terroristiche porterà alla soluzione politica ricercata da Siria e Russia che soddisfi il popolo siriano e protegga la sovranità, l’indipendenza e l’integrità territoriale della Siria”. Il deputato russo Alexander Yushchenko, presente all’incontro, vi ha visto future elezioni, in occasione delle quali al-Assad si rimetterà in gioco. Il 5 ottobre al-Assad aveva affermato durante un’intervista allatta iraniana Khaar, che “ogni discorso sul sistema di Stato e sulle autorità del Paese è un affare interno della Siria”, ma che “se la soluzione dovesse essere il mio uscire di scena, non esiterò a farlo”.

Anche la Russia ha allentato le proprie posizioni sulla permanenza di al-Assad al potere: oggi, rispondendo ai giornalisti, la portavoce del ministero degli Esteri Maria Zakharova ha affermato che Mosca non garantisce assolutamente che il presidente siriano resti al potere: “Assolutamente no, non lo abbiamo mai detto”. Ha poi precisato sulle agenzie che “Non stiamo dicendo se al-Assad debba andarsene o restare”.

Si tratta di un cambiamento di posizione, dal momento che più la Casa Bianca fino a poco fa pretendeva la rimozione di al-Assad, più il Cremlino ne difendeva la figura in quanto “presidente legittimo”.

I 9 punti del documento approvato all’incontro di Vienna del 30 ottobre indicano come “fondamentali l’unità, l’indipendenza, l’integrità territoriale e il carattere secolare” e quindi non confessionale della Siria; che “le istituzioni statali devono rimanere intatte”; che viene ad essere “imperativo accelerare tutti gli sforzi diplomatici per porre fine alla guerra”; che i partecipanti sono chiamati a “esplorare le modalità per un cessate il fuoco”; che “Daesh (Isis) e altri gruppi terroristici devono essere sconfitti”; che sia garantito “l’accesso umanitario nel territorio siriano”; che venga implementato l’impegno “per gli sfollati e i rifugiati, anche nei confronti dei paesi ospitanti”.