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Intervenendo al Consiglio Affari interni Ue, il coordinatore anti-terrorismo europeo Gilles De Kerchove ha informato che “Il flusso dei foreign fighters” volto ad ingrossare le fila dell’Isis “non si arresta” ed è in “crescita costante”.
Il dato è preoccupante non solo per l’acuirsi del conflitto e delle atrocità commesse in Iraq e in Siria (oggi sono dati aspri scontri presso le montagne di Jabal al-Shaer, di primaria importanza strategica), ma anche per le ripercussioni che, potenzialmente, potrebbero riversarsi sull’Europa: i giovani appena ventenni, figli di immigrati o convertiti all’Islam, che partono per la Siria o l’Iraq, rientrando potrebbero compiere atti terroristici nel paese d’origine.
De Kerchove ha quindi affermato che “dobbiamo muoverci un po’ più velocemente ed essere più ambiziosi nella nostra risposta”: “Molto dipende dal nostro dialogo con la piattaforma Internet, dal controllo dei documenti alle frontiere sulla base dell’analisi del rischio”.
I vari paesi europei stanno lavorando molto attraverso le intelligence, ma la politica sembra essere assente: solo in Gran Bretagna, dove sono già stati arrestati giovani riconducibili all’Isis che stavano per compiere attentati terroristici, il sindaco di Londra, Boris Johnson, ha lanciato ad agosto l’idea di togliere la cittadinanza britannica a chi è andato a ingrossare le file dell’Isis. Gli ha dato ragione il capo di Scotland Yard, Bernard Hogan-Howe, il quale ha dichiarato in un’intervista radiofonica che oltre a togliere loro la cittadinanza, sarebbe necessario anche reintrodurre i “control roders” per limitarne i movimenti, ed ipotizzare in modo automatico una “presunzione di colpevolezza” per chi oggi va in Siria e in Iraq prima avvertire le autorità. “Mi sembra – ha aggiunto – che sia un privilegio avere un passaporto ed essere cittadini di questo Paese se qualcuno decide di andare a combattere in un altro Paese o per un altro Stato, o contro un altro Stato, allora fa una scelta su dove vuole stare”.

