di Enrico Oliari –

La montagna del G8 ha partorito, in merito al problema siriano, il topolino dei buoni propositi e delle pacche sulle spalle: come previsto, infatti, all’incontro di Belfast i Grandi della Terra sono giunti con posizioni differenti e soprattutto inconciliabili, come quella degli Stati Uniti, che vorrebbero vendere armi agli insorti, quella degli europei, che si ritrovano alcuni per la stessa tattica ed altri per la strategia della mediazione, e la Russia, che è fermamente contraria ad ogni intervento per via dei suoi interessi proprio nel paese mediorientale, al quale già fornisce armi e soprattutto nel quale ha la sua unica base militare in un panorama che va dal Marocco al Kirghizistan (con esclusione dell’Iran) che ospita basi statunitensi.

Ha sbagliato chi ha osservato che in materia di Siria più che un G8 è stato un G7 + 1, poiché anche all’interno delle singole aree vi sono state visioni diversificate.

Di certo è bastato il proposito, assunto al recente Consiglio dei ministri degli Esteri dell’Unione europea, da parte di Francia e di Gran Bretagna di vendere armi in Siria per sbloccare i 4mila Hezbollah libanesi impiegati per combattere a fianco delle Forze di Damasco per la presa della città di Qusayr e per prendere parte agli attacchi di oggi ad Aleppo, cosa che ha fatto con altrettanti pasdaran l’Iran, giusto pochi giorni prima dell’elezione del nuovo presidente, Hassan Rohani.

La Conferenza di pace di “Ginevra 2”, in più occasioni slittata, sembra essere quindi ulteriormente rinviata, almeno fino ad agosto; proprio il tempo potrebbe giocare a favore di al-Assad, il quale, a forza di riprendere il controllo di parti del territorio, siederebbe così al tavolo delle trattative con una posizione di vantaggio: la cosa è paventata dagli oppositori ed in particolare dal leader George Sabra, che ha già fatto sapere di non essere intenzionato a recarsi in Svizzera fino a che la situazione non si sarà riequilibrata.

Così dal G8 irlandese è venuto solo l’invito alle società private di non pagare eventuali riscatti per i propri collaboratori rapiti (solo negli ultimi tre anni è stato pagato l’equivalente di 70 milioni di dollari per il rilascio di occidentali rapiti in diverse parti del mondo, italiani in testa), e quindi i buoni propositi: “Sosteniamo fortemente la proposta di una conferenza per raggiungere una soluzione politica al conflitto orribile in Siria attraverso la piena attuazione del comunicato di Ginevra 2012″; “condanniamo nei termini più forti ogni uso di armi chimiche e tutte le violazioni dei diritti umani” e “contribuiamo in modo generoso all’ultimo appello dell’Onu per l’aiuto umanitario”.