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Le Unità di difesa del popolo curdo a Kobane, Ypg, hanno comunicato attraverso il loro responsabile media, Moustafa Bali, all’Askanews che “Padre Paolo Dall’Oglio è vivo” e che “A noi risulta che Padre dall’Oglio, fino a due mesi fa, era detenuto in un carcere a Raqqa, ce lo hanno detto dei curdi liberati dall’Isis e che hanno appreso che il prete italiano stava nel loro carcere a Raqqa”. Il 60enne padre Paolo Dall’Oglio, gesuita, è noto per aver rifondato in Siria negli Anni Ottanta la comunità monastica cattolico-siriaca Mar Musa (Monastero di san Mosè l’Abissino), erede di una tradizione cenobitica ed eremitica risalente al VI secolo, come pure per aver tentato più volte il dialogo fra le religioni. Rami Abdel Rahman, responsabile dell’Osservatorio siriano per i diritti umani (organizzazione vicina alle opposizioni e con sede a Londra) ha raccomandato comunque prudenza, ovvero “di prendere le informazioni con le pinze”; Abdel Rahman ha quindi spiegato che “Da una fonte vicina ad uno degli emiri dell’Isis abbiamo appreso che, subito dopo i raid della coalizione internazionale, il prete italiano era stato trasferito in uno dei campi dell’organizzazione dello Stato islamico in una zona nella parte orientale della provincia di Aleppo” e che “assieme a lui è stato in prigionia anche l’avvocato e attivista siriano Abdullah al Khalil”, vice presidente del consiglio comunale di Raqqa, rapito nel giugno dello scorso anno. L’Osservatorio siriano per i Diritti umani e i curdi dell’Ypg potrebbero essere in possesso di informazioni diverse, in quanto diverse sono le loro fonti: quelle dei curdi sono alcuni dei 93 civili rapiti dall’Isis a febbraio mentre lasciavano Kobane per recarsi nel Kurdidstan iracheno. Già il 15 settembre il 74enne Michel Kilo, noto intellettuale originario di Latakia ed esponente delle opposizioni al regime di Bashar al-Assad, aveva dichiarato che “Padre Paolo Dall’Oglio è vivo e sta bene. Si trova in una prigione posta nelle vicinanze della cittadina siriana di Raqqa e controllata da militanti iracheni dello Stato Islamico. Nelle stessa prigione potrebbero trovarsi altri ostaggi occidentali, tra cui le due cooperanti italiane rapite di recente”.