di Guido Keller –

La frattura fra Usa e Turchia si sta allargando, anche se Washington continua a far vedere che tutto va bene. I dissapori risalgono a ben prima del tentato golpe del 15 luglio, autentico o meno che sia, e sono dovuti ad una crisi siriana che ha messo in difficoltà coloro che la hanno appoggiata se non ideata, a partire dai paesi del Golfo alla Turchia passando per l’occidente. D’altronde quando l’acqua arriva al collo ognuno cerca di nuotare e di salvarsi come può, per cui non c’è da stupirsi se, dopo aver sostenuto Isis e al-Qaeda con il rifornimento delle armi, il passaggio indisturbato di decine di migliaia di foreign fighter e l’acquisto del petrolio, la Turchia, lasciata sola davanti alle sue responsabilità, guardi a Mosca e giri le carte in tavola, persino riavvicinandosi gradualmente a Damasco.

In questo contesto l’elemento di attrito vengono ad essere i curdi, i quali da subito hanno preso una chiara posizione contro l’Isis e sono più di sempre gli utili nemici (più dell’Isis) dei turchi.

I fatti vedono l’artiglieria di Ankara sparare ormai da giorni in territorio siriano contro le postazioni curde dell’Ypg, con la scusa, secondo il ministro degli Esteri Mevlut Cavusoglu, che “i miliziani dell’Ypg stanno compiendo una pulizia etnica nei confronti delle popolazioni turcomanne”. Parole non provate dai fatti, mentre veri sono i proiettili di cannone che uccidono soprattutto i civili e con i quali Ankara sta conducendo l’operazione “Scudo dell’Eufrate” che “continuerà – ha detto Cavusoglu in un incontro con l’olandese Bert Koenders – finché non si ritireranno a est del fiume Eufrate”.

Cosa in realtà già avvenuta, dal momento che a Jarabulus, dove è stato vinto l’Isis, sono entrati 1.500 miliziani dell’Esercito libero siriano, armati, equipaggiati e formati dalla Turchia.

Per gli Usa è intervenuto in modo assai tiepido il portavoce del Pentagono Peter Cook, il quale ha spiegato che “Stiamo monitorando le notizie di raid e scontri a sud di Jarablus tra le forze turche, alcuni gruppi di opposizione e le unità affiliate alle Sdf (Curdi dell’Ypg, milizie arabo-laiche e cristiane, ndr.). Vogliamo esprimere con chiarezza che riteniamo questi scontri, in aree in cui l’Isis non è presente, inaccettabili e fonte di forte preoccupazione. Gli Stati Uniti non sono stati coinvolti in queste attività, che non sono state coordinate con le forze Usa, e non le sosteniamo. Di conseguenza, invitiamo tutti gli attori armati a prendere le misure appropriate per fermare le ostilità e aprire canali di comunicazione, focalizzandosi sull’Isis, che rimane una minaccia letale e comune”.

Le parole di Cook non dicono praticamente nulla, ma sono in contrasto con il via libera all’operazione “Scudo dell’Eufrate” dato agli alleati turchi dal vicepresidente Joe Biden in occasione dell’incontro di Ankara del 24 agosto.

Si tratta di una delle tante contraddizioni di questo conflitto, dove la caratteristica che accomuna un tutti gli attori, nessuno escluso, è l’ambiguità.