di Enrico Oliari –
Il segretario di Stato Usa John Kerry e il ministro degli Esteri russo Serghei Lavrov si sono incontrati ieri al termine della Conferenza Apec (Cooperazione Economica Asia-Pacifico) tenutasi in Indonesia, presso l’isola di Bali.
Fra le varie questioni i due esponenti della diplomazia internazionale hanno toccato il tema della Siria ed hanno concordato di sollecitare l’Onu alla realizzazione del “Ginevra 2”, cioè la tavola rotonda più volte rinviata alla quale far sedere le parti in conflitto per tentare una soluzione diplomatica della crisi che ha investito il paese mediorientale.
Lo stesso Kerry, il cui paese solo poche settimane fa era pronto ad intervenire in Siria anche senza il mandato delle Nazioni Unite, è convenuto sulla linea di Lavrov ed i due hanno potuto affermare in modo congiunto che “non esiste una soluzione militare, condividiamo l’interesse a evitare che estremisti radicali dell’una o dell’altra parte assumano un ruolo maggiore in Siria” e quindi auspichiamo che vengano “compiuti gli sforzi specifici affinché il processo di Ginevra progredisca il più rapidamente possibile”.
La realizzazione del “Ginevra 2” potrebbe essere immediata: “E’ nostra speranza reciproca – ha continuato Kerry – che ciò possa accadere in novembre ed entrambi siamo decisi e determinati a consultare i nostri amici per garantirlo. Una data definitiva e i termini della partecipazione dovranno essere determinati dalle Nazioni Unite”.
Il conflitto siriano è iniziato ufficialmente il 15 marzo 2011 e fino ad oggi ha provocato 115mila vittime, oltre ad un dramma umanitario colossale con milioni d profughi, parte dei quali premono su paesi a loro volta in crisi, come l’Iraq e la Giordania. Amman infatti sta facendo l’impossibile per aiutare chi scappa dagli orrori della guerra, ma la Giordania resta uno dei paesi più poveri di acqua al mondo e soprattutto già casa dei profughi provenienti da altre aree, come la Palestina.
Oltre agli insorti, combattono l’esercito regolare anche gruppi ijhadisti formati da guerriglieri provenienti da ogni dove, in particolare dalla Penisola arabica e dal Nordafrica. In Libia è stata appurata la presenza di campi d’addestramento dove sono stati formati molti giovani tunisini, fatto che, anche per le proteste dei genitori, ha rappresentato un’emergenza alla quale il governo di Tunisi ha risposto sia irrigidendo i controlli alle frontiere, sia proibendo alle persone con meno di 35 anni di recarsi in Libia.
Si è parlato poi di una “jihad sessuale”, alla quale hanno preso parte non poche ragazze tunisine e nordafricane al fine di soddisfare i combattenti jihadisti: circa mille di loro sono rientrare in patria incinte.
La situazione in Siria è complicatissima, in quanto oggi i fronti sono sostanzialmente tre, ovvero l’esercito regolare con gli Hezbollah libanesi e i pasdaran iraniani, l’Esercito siriano libero con i curdi del nord e le milizie volontarie, e gli jihadisti legati ad al-Qaeda di Jabat al-Nusra, dello Stato islamico dell’Iraq e del Levante e della Brigata di Aisha la madre dei credenti: in diverse occasioni gli jihadisti, che si propongono la creazione di uno stato islamico, hanno attaccato le forze degli insorti e il 12 luglio alcuni guerriglieri del gruppo qaedista dello “Stato islamico dell’Iraq e del Levante” hanno ucciso nei pressi di Laodicea (Lattakia) un alto comandante dell’Esercito libero siriano, Kamal Hamami, ed a Qassem Saadeddine, portavoce dell’Els, è arrivata una telefonata in cui si è minacciata la morte “di tutti quelli del Consiglio supremo militare”.
Il 25 settembre diversi gruppi dell’opposizione armata dal regime di Bashar al-Assad che si riconoscono nella jihad e che, come nel caso di Jabat al-Nusra, sono affiliati ad al-Qaeda, hanno diramato un comunicato congiunto con il quale si rifiutano di riconoscere “ogni forma di opposizione costruita all’estero, inclusa la cosiddetta Coalizione nazionale o governo transitorio”, al momento guidato da George Sabra.
Infine vi è la questione degli interessi sovranazionali: è difficile redigere una mappa precisa di quali siano i coinvolgimenti, ma appare ormai certo che il Qatar stia appoggiando proprio gli jihadisti, mentre l’Arabia Saudita stia dalla parte degli insorti del Consiglio nazionale; l’Iran è dichiaratamente a fianco di Bashar al-Assad, come pure la Cina e la Russia. La prima ha con il regime importanti contratti per la costruzione di infrastrutture ed il progetto di fare della sponda siriana un appoggio logistico per le merci destinate all’Europa, mente la seconda ha a Tartus la sua unica (e fornitissima) base militare in un panorama che va dal Marocco al Kirghizistan (con esclusione di Iran e Siria) che ospita basi statunitensi.
Dalla Gran Bretagna e dalla Francia, arrivano armi, per tutti i fronti, come avevano chiesto ed ottenuto al Consiglio dei ministri dell’Unione europea di giugno.

