di Enrico Oliari –

Dopo la sonante (ma prevista) spaccatura del G20 sulla questione siriana, il Segretario di Stato Usa, John Kerry, si è presentato oggi all’Assemblea informale, cioè “Gymnich”, dei ministri degli Esteri Ue in corso a Vilnius, in Lituania, paese che detiene la presidenza di turno dell’Unione europea.

L’intento di Kerry è stato quello di incassare ulteriori adesioni alla dichiarazione di condanna dell’impiego di armi chimiche nei sobborghi di Damasco, in cui sono morte 1400 persone, ed ancor più di attribuzione delle responsabilità dell’accaduto al presidente siriano Bashar al-Assad.

Già a San Pietroburgo Kerry ha messo nella sua valigetta le firme di una decina di paesi fra i quali Gran Bretagna, Francia, Spagna e Italia, mentre nella repubblica baltica, dove ha incontrato il presidente Dalia Grybauskaite, ha preso “il suo sostegno alla dichiarazione degli undici paesi”.

Dalle varie diplomazie si è comunque dichiarato che affermare che il regime abbia usato le armi chimiche non significa avallare il progetto di Obama di attacco della Siria scavalcando il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

Il documento portato da Kerry rappresenta comunque una certa compromissione, in quanto, in modo sibillino, parla di “sostenere gli sforzi intrapresi dagli Stati Uniti e da altri paesi per rafforzare la proibizione dell’uso di tali armi” e quindi la carta potrebbe essere tirata fuori in ogni momento. Gli altri paesi che hanno messo la loro firma in calce sono l’Australia, il Canada, il Giappone, la Corea del Sud, l’Arabia Saudita e la Turchia,

Francois Hollande, che in queste settimane è sempre stato al fianco di Obama, ha sottolineato che non vi sarà alcun attacco prima del rapporto dell’Onu e che se non si arriverà a un’intesa pro attacco all’interno del Consiglio di Sicurezza, cercherà di creare una coalizione di Stati favorevoli all’azione.

Dall’altra parte resta irremovibile la posizione contraria della Cina (Debka file dà notizia di una nave con un migliaio di soldati diretta verso la Siria) e della Russia, paesi che hanno forti interessi in Siria e soprattutto diritto di veto al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ed anzi, rispondendo alla domanda di un giornalista, Putin ha anche ribadito: “Aiuteremo la Siria? Lo faremo. Li stiamo già aiutando, forniamo loro armi e collaboriamo sul piano economico…”. Certamente non ha parlato di un coinvolgimento diretto in un eventuale conflitto, ma quel che è apparso è che il premier russo stia cercando di prendere tempo.

Il presidente del Consiglio Gianni Letta si è riferito al fallimento del G20 sul tema siriano come ad “Una grande delusione”, poiché “dobbiamo avere una posizione comune europea, ci lavoreranno i nostri ministri degli Esteri”.

Tuttavia nelle premure di Letta vi è quella di tenere ben salda l’alleanza con Washington, “un perno essenziale della nostra politica estera” e “la distinzione (del fatto che l’Italia non vuole lo scavalcamento del voto delle Nazioni Unite) non rovinerà i rapporti, lavoreremo per rinsaldare il legame, non vogliamo che si ricreino situazioni come quelle accadute anni fa”.

E proprio il fatto che “La soluzione vada ricercata attraverso l’Onu” ha spinto l’Italia e la Spagna di Rajoy a cercare una mediazione che passi attraverso l’Onu; per ora il governo italiano stanzierà una cifra “per un ammontare di 50 milioni di dollari” in sostegno dei profughi e per fronteggiare la crisi umanitaria in Siria.