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Nonostante i sempre più frequenti raid della coalizione internazionale, i miliziani jihadisti dell’Isil (Stato islamico dell’Iraq e del Levante) stanno per sfondare a Kobane, città curdo-siriana che con l’interland conta 500mila abitanti, la maggior parte dei quali sono ora in fuga verso nord in un dramma umanitario di enormi proporzioni. Le artiglierie dei curdi e quelle dei miliziani continuano a sparare colpi da una parte all’altra del fronte, situazione che minaccia la stessa Turchia, dove ieri il Parlamento ha autorizzato i militari ad intervenire e quindi a prendere parte allo sforzo della coalizione internazionale voluta da Obama.

Già i miliziani dello Stato Islamico hanno sfondato le linee difensive curde e sono entrati a Kobane da sud-ovest: notizie danno scontri nelle strade, ma una porzione della città sarebbe già nelle mani degli jihadisti.

Si tratta di un radicale cambiamento di posizione, poiché la Turchia ha svolto un ruolo centrale nella costituzione dell’Isil per intervenire in Siria contro Bashar al-Assad, specie favorendo il passaggio sul proprio territorio dei combattenti occidentali e nordafricani diretti in Siria, come pure degli armamenti e del supporto offerto dagli Usa e dalle monarchie del Golfo. Negli ospedali turchi venivano ricoverati i combattenti dell’Isil feriti in Siria, come pure l’intelligence di Ankara aveva un ruolo attivo nelle azioni dell’Isil contro l’esercito di Damasco.

Il premier turco Ahmet Davutoglu ha affermato oggi ad A Haber-ATV che “Non vogliamo che Kobane cada. Abbiamo aperto le nostre braccia ai fratelli di Kobane. Faremo tutto il necessario per non far cadere Kobane”.

Negli ultimi giorni il governo di Ankara ha ammassato 10mila soldati a ridosso del confine siriano, mentre i jihadisti hanno posizionato verso la Turchia artiglieria e carri armati.