di Vincenzo Mohammed Abbatantuono

Non avevamo alcun dubbio che Staffan De Mistura, delegato Onu per la soluzione del conflitto siriano, sarebbe stato messo in secondo piano. Prurtroppo non si tratta della prima difficotà che incontra il diplomatico italo-svedese, già viceministro degli Esteri del governo Monti, come per il caso dei maro. Usa e Russia hanno deciso di fare prudentemente da soli glissando de Mistura, anche perchè statunitensi e russi intendono essere i veri signori della guerra, i primi ben barricati dietro alleati ufficiali e ufficiosi, i secondi direttamente coinvolti da settembre con centinaia di raid aerei che hanno parzialmente risolto la situazione a favore di del presidente siriano Bashar al-Assad fino a quel momento impegnato a combattere contro un’armata multinazionale finanziata da 80 Paesi, uno più uno meno. Ovviamente al-Assad non tarderà a pagare dazio all’alleato russo, tanto per cominciare con la cessione della propria sovranità a Putin, il quale non poteva assolutamente rinunciare allo sbocco sul Mediterraneo, eredità dell’antica alleanza tra Urss e di al-Assad padre. La Siria, dopo la sconfitta afgana e i vari intoppi caucasici, Cecenia in testa, normalizzata al prezzo di molte vittime e tuttora in un equilibrio assai fragile, ha rappresentato un’eccezionale vetrina per Putin e per il suo apparato militare-industriale in grande spolvero, nulla a che fare con le vicende post sovietiche delle forze armate messe a stecchetto dalla svolta liberista con tanto di tagli al bilancio della Difesa. La Russia è tornata superpotenza, ha legami forti con gli ex-Stati Canaglia, soprattutto l’Iran, con il quale condivide la war room siriana insieme agli Hezbollah libanesi, e ora tratta su posizioni di forza con gli Usa per stabilire una tregua a Damasco, martoriata da cinque interminabili anni di guerra. A proposito, si sente ancora parlare di guerra civile, dimenticando che i cives impegnati nel conflitto hanno spesso passaporto diverso da quello siriano, a parte l’Esercito lealista e quello che resta dell’Esercito siriano Libero, sponsorizzato a più riprese dagli americani, tollerato dagli sponsor sunniti della regione e ignorati dalla popolazione civile siriana che lo teme solo un po’ meno dei feroci guerriglieri jihadisti. Il Washington Post, già nel 2013, pubblicò i risultati di un sondaggio svolto tra i militanti dell’Esl che serviva a comprendere le vere cause dalla crisi della rivolta siriana, oramai al suo terzo anno, soprattutto per quanto riguardava la “caduta di morale” di molti ribelli. L’Esercito Libero secondo gli intervistati stava perdendo forza, le divisioni e i forti attriti all’interno delle brigate avevano gravemente compromesso la sua capacità di lotta contro l’esercito governativo e anche contro i gruppi ribelli islamici. In pratica i ribelli più radicali avevano già optato tre anni fa per formazioni meglio armate e addestrate come al-Nusra che, lo ricordiamo ai giornalisti occidentali che versano lacrime amare ogni volta i russi li colpiscono, sono Anṣār al-Jabhat al-Nuṣra li-Ahl al-Shām, “Partigiani del soccorso al popolo della Grande Siria”, costola siriana di al-Qaeda, organizzazione terroristica pari al Daesh.

Da oggi, stando a quanto detto da Obama, anche al-Nusra verrà considerata “organizzazione terroristica”, contro la quale, è questa la base dell’accordo russo-americano, non varrà in alcun modo la tregua. Il problema adesso sarà distinguere tra Daesh, al-Nusra e le altre decine di gruppi e gruppuscoli alleati. Andrà così presumibilmente: i russi bombarderanno uno di questi gruppi contigui ad al-Qaeda, qualche Osservatorio siriano londinese griderà alle vittime civili innocenti, la tregua salterà e tutto tornerà come prima. Purtroppo nell’era della comunicazione globale anche le guerre sono ostaggio di gossipari e paparazzi embedded.

In realtà il vero banco di prova saranno le elezioni del 13 aprile indette da al-Assad: posto che in Siria, malgrado tutto, la “democrazia” non è stata mai sospesa e che la vita continua in molte città nonostante tutto, starà alle formazioni più disponibili al confronto elettorale decidere se accettare questa opportunità, senza avanzare l’assurda pretesa che Bashar si dimetta preventivamente, o se insistere sul tasto “delete”. La comunità internazionale può incidere in un processo di pace solo se gli attori principali decidono di rinunciare alla maggior parte delle pregiudiziali, neanche a tutte, in cambio di sollievo per un popolo ormai allo stremo specie nelle zone più contese. Questo significa che solo i siriani possono decidere del proprio destino, non le forze straniere in campo, alcune ufficialmente invitate, altre penetrate furtivamente, altre accusate di aver addirittura orchestrato questo macello.