di Enrico Oliari –
Dopo quattro anni di guerra la Nato ha deciso di inviare nel quadro del conflitto (o dei conflitti) siriano navi, aerei radar e caccia ufficialmente per implementare l’apparato difensivo dell’alleato turco, “in considerazione della situazione instabile della regione”.
La realtà delle cose vede tuttavia l’intenzione di monitorare e sigillare la frontiera turco-siriana, come il presidente russo Vladimir Putin ha chiesto al collega statunitense Barak Obama. Per anni infatti quel confine è stato attraversato da decine di migliaia di foreign fighter provenienti in particolare dal Nordafrica, dall’occidente e dal Caucaso, ma anche da camion con armi e materiale logistico in un senso e petrolio in quell’altro, come ha denunciato la Russia dopo l’abbattimento del Sukhoi-24 lo scorso 24 novembre.
Le cinque potenze con diritto di veto al Consiglio di Sicurezza (Russia, Usa, Gb, Cina e Francia) si sono accordate per cercare di arrivare ad un accordo attraverso il coinvolgimento delle parti, specie ora che il nemico comune è rappresentato dallo Stato Islamico di Abu Bakr al-Baghdadi: l’intenzione è quella di mettere a gennaio sia il governo di Damasco che i ribelli attorno ad un tavolo, la cui mediazione verrà affidata all’inviato dell’Onu Staffan de Mistura.
La Pesc Federica Mogherini, presente alla seduta, ha fatto sapere che l’incontro “è stato difficile ma si è concluso bene, con l’accordo sulla necessità di andare avanti e dare un forte mandato all’inviato speciale Onu Staffan de Mistura per avviare il negoziato tra i rappresentanti dell’opposizione e del regime”.
Il nodo del ruolo del presidente siriano Bashar al-Assad potrebbe essere, seppur con impegno, superato, dopo che nelle ultime settimane sia i toni degli Usa, che ne vorrebbero la destituzione, sia quelli della Russia, per cui in novembre la portavoce del ministero degli Esteri Maria Zakarova aveva affermato che “non abbiamo mai detto che Mosca non ne garantisce la permanenza al potere”, sembrano più concilianti.
Lo stesso al-Assad ha precisato il 5 ottobre, rispondendo ad un’intervista trasmessa dall’emittente iraniana Khabar Tv, che “se la soluzione dovesse essere il mio uscire di scena, non esiterò a farlo”.
Semmai il problema resta, come i russi avevano osservato, su chi siano gli oppositori da coinvolgere nelle trattative, dal momento che il termine “opposizioni” raccoglie una galassia di sigle che va dai moderati dell’Esercito libero ai qaedisti di Jabat al-Nusra, passando per fazioni di ribelli che, come il Pentagono ha di recente osservato, “hanno ceduto le armi e i mezzi loro affidati a gruppi di jihadisti”.
Il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov ha spiegato che “Durante il vertice si è parlato della questione del futuro di Bashar al-Assad, ma la posizione russa è stata molto chiara, ossia che questo summit non era su al-Assad bensì sul cercare di trovare un’opposizione accettabile per i negoziati e un accordo sulla lista dei gruppi terroristici. Speriamo che il governo di Damasco e l’opposizione abbiano l’opportunità di iniziare i negoziati in gennaio”.
Purtroppo già da ora le opposizioni hanno sollevato le loro perplessità: Khaled Khoj, leader della Coalizione Nazionale (con sede a Istanbul) ha affermato via Twitter che il progetto di risoluzione Onu “mina il risultato degli incontri delle forze rivoluzionarie a Riad e annacqua le precedenti risoluzioni Onu sulla soluzione politica in Siria”. Samir Nashar, della stessa Coalizione, ha detto che “data la situazione sul campo e l’impasse sul destino di al-Assad l’accordo è assolutamente inapplicabile”.

