di Enrico Oliari –

Nonostante la complicata situazione siriana, il Consiglio Affari esteri dei Ventisette paesi membri dell’Unione europea ha stabilito oggi di interrompere l’embargo e di autorizzare la vendita di armi in Siria.

La decisione, caldeggiata da tempo in particolare dalla Gran Bretagna e dalla Francia, appare come spregiudicata, se si pensa che già oggi il regime di Bashar al-Assad è costantemente rifornito di armi e di mezzi dalla Russia e di “consulenti militari” dall’Iran: vendere armi alle opposizioni significa correre il rischio di trasformare il già martoriato paese mediorientale in un campo di battaglia, dove chiunque si sente autorizzato in modo consequenziale a vendere armi a questa o a quella fazione.

A Tartus la Russia possiede la sua unica base militare, molto fornita, in un panorama che va dal Marocco a Kirghizistan (con esclusione, oltre che della Siria, del solo Iran) che ospita basi statunitensi, per cui da oggi Mosca si sentirà automaticamente autorizzata ad incrementare l’esportazione di armamenti in Siria; già nei giorni scorsi si era assistiti ad un crescente viavai di navi da guerra russe, dislocate al porto siriano di Tartus; nel luglio scorso era arrivata nel porto del paese mediorientale la “Admiral Chabanenko” ed a gennaio la nave da assalto Azov, oltre ad imponenti mezzi da sbarco ed a navi da guerra di varie dimensioni.

Esattamente un anno fa al largo delle coste scozzesi era stata fermata una nave cargo russa, la ‘Alaed’, la quale aveva l’assicurazione scaduta. Nelle stive vi erano batterie antiaeree ed elicotteri Mi-25′ per cui il mezzo era stato costretto a rientrare a Kalinigrad per poi ripartire, pochi giorni, dopo, alla volta del porto siriano di Tartus.

Intervistato dal quotidiano egiziano al-Ahram, il ministro degli Esteri Sergei Lavrov aveva spiegato che “attualmente, noi portiamo a compimento i nostri impegni precedenti, relativi principalmente alla fornitura di sistemi di difesa aerea. (…) Tali armi sono di natura difensiva e non in conflitto con gli obblighi internazionali”.

A quanto si era potuto appurare, i “precedenti impegni” a cui alludeva Lavrov sarebbero risaliti addirittura all’epoca dell’Unione Sovietica e quindi a poco era valso l’annuncio, fatto all’inizio del 2012, secondo cui la Russia avrebbe sospeso la vendita di armi al regime di Bashar al-Assad.

Ed anche un paio di settimane fa il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, si era recato in Russia per cercare di bloccare, senza riuscirci, la vendita di batterie di missili S300 al regime di Bashar al-Assad.

La decisione dell’Unione europea non è stata unanime, tanto che il ministro degli Esteri italiano, Emma Bonino, ha fatto sapere che “Non è gloriosa” l’incapacità dimostrata dal Consiglio Affari esteri dei Ventisette di trovare una posizione comune sulla Siria, anche se è stato limitato il danno del mancato accordo, che non avrà conseguenze immediate sul terreno.

Dopo dodici ore di riunione, i ministri hanno concluso di mantenere per un altro anno tutte le sanzioni economiche contro il regime di Bashar al-Assad, ma nel contempo di lasciar cadere alla prevista scadenza del 31 maggio l’embargo sulle forniture belliche alle fazioni in lotta in Siria. Si badi, non necessariamente agli insorti, bensì “alle fazioni in lotta in Siria”.

Riferendosi alla mancata mediazione del capo della diplomazia europea, Chaterine Aston, Bonino ha affermato che “A me non piace fare lo scaricabarile su questo o su quell’altro. Complessivamente, presentare opzioni e non proposte certamente non aiuta ad arrivare ad una conclusione. E’ chiaro che, se continuiamo a dare opzioni e non si arriva ad una proposta sul tavolo su cui lavorare, il dibattito rischia di andare a giri di tavolo assolutamente infiniti e perenni”. “Secondo me – ha continuato il ministro – se anche i Paesi più rigidi dello schieramento antifranco-britannico, l’Austria, per esempio, ma non solo, avessero dimostrato più senso di responsabilità comune europeo…veramente nel tardo pomeriggio eravamo all’accordo”.

Emma Bonino rimane comunque contraria alla vendita di armi ai ribelli: “E’ una competenza del governo di tutta evidenza – ha detto – io riferirò al presidente del Consiglio ed al ministro della Difesa, la mia proposta è per il no” all’invio di armi all’opposizione siriana.

Il Consiglio nazionale siriano, che raccoglie le opposizioni, ha definito l’esito della riunione dei ministri degli Esteri europei come un “passo positivo ma tardivo e non sufficiente”: “Si tratta – ha richiamato il portavoce ha dichiarato Louay Safi da Istanbul – certamente di un passo positivo ma temiamo che non sia sufficiente e che arrivi troppo tardi”. 

Per l’ambasciatore russo alla Nato, Alexandr Grushko, la decisione di sospendere l’embargo alla vendita di armi “aggiunge benzina sul fuoco del conflitto” e “pregiudica direttamente la possibilità di organizzare una conferenza internazionale sulla Siria”.

La cosa è confermata da Emma Bonino, la quale ha spiegato che ora la prevista conferenza di Ginevra, organizzata per il 10 giugno, è in forse, e che “la strada sia ancora lunga, anche solo per tenerla. Una conferenza è un processo, dobbiamo mettercelo in testa, se dura un giorno è perché è fallita”. “Per arrivare a Ginevra  – ha continuato – credo ci siano ancora parecchi problemi da superare, quindi in realtà bisogna lavorare in quel senso perché si tenga e si tenga in condizioni che ci possano far sperare in una conferenza di esito positivo”. Ma, avverte infine la Bonino, “tutto questo non è affatto scontato, anzi io sono preoccupata che tutti danno Ginevra già per convocata, tra un po’ tenuta e tra un po’ risolta”, mentre invece “siamo lontani da lì”.

“Finché c’è guerra c’è speranza”, intitolava un film di Steno del 1974, interpretato dall’intramontabile Alberto Sordi…