di Enrico Oliari –

Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna alzano i toni e danno come imminente l’attacco alla Siria di Bashar al-Assad, unilaterale, anche senza il via libera del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

La stampa britannica riporta oggi di un’azione militare che dovrebbe avere luogo entro una decina di giorni e conterà su un blitz con missili Cruise lanciati su obiettivi specifici che sono in fase di studio in queste ore, volti ad indebolire le difese del regime, come gli Stati Uniti avevano fatto nel 2011 in Libia per dare man forte agli oppositori di Gheddafi.

D’altronde la linea rossa dell’impiego di armi chimiche ormai è stata superata, anche se ancora non è certo chi abbia usato il gas nervino per uccidere le 1300 persone nei sobborghi di Damasco ed i filmati delle opposizioni appaiono quanto meno dubbiosi.

Quello che è certo è che a Francia Stati Uniti e Gran Bretagna le mani prudono da tanto tempo e poco importa “se” e “chi” abbia fatto ricorso alle armi chimiche in un paese che ne detiene il maggior arsenale del mondo, con alcuni depositi dei micidiali gas caduti persino nelle mani dei qaedisti.

Non è tuttavia la prima volta che il regime viene accusato, sempre da Usa, Francia e Gran Bretagna, di aver utilizzato armi di questo genere contro i ribelli, anche se le volte precedenti era stato appurato che le responsabilità non erano così chiare: addirittura sia la Russia che altri organismi sovranazionali, come le stesse Nazioni Unite, avevano invitato le tre nazioni alla prudenza e l’ex Procuratore del Tribunale penale internazionale ed attuale membro della Commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite sulle violazioni dei diritti umani in Siria, la svizzera Carla Del Ponte, aveva affermato che nel conflitto erano state effettivamente utilizzate armi chimiche, ma non dalle truppe del regime di al-Assad, bensì dagli insorti. “I nostri ispettori sono stati nei Paesi vicini a intervistare vittime, medici e negli ospedali da campo – aveva spiegato in maggio la Del Ponte all’emittente svizzera italiana – . In base ai loro resoconti della scorsa settimana ci sono sospetti forti e concreti, ma non prove inconfutabili, dell’uso di gas sarin”; tuttavia ad “oltrepassare la linea rossa” indicata dal presidente degli Stati Uniti, Barak Obama, “sono stati i ribelli, l’opposizione, non le autorità del governo siriano”.

In realtà va detto che parlare di “opposizioni”, di “ribelli” e di “insorti” è assai generico, in quanto in Siria vi sono sì coloro che si sono sollevati contro il regime di Damasco, come l’Esercito siriano libero, ma anche diversi e più o meno importanti gruppi autonomi spesso legati ad al Qaeda, come i miliziani di Jabat al-Nusra (ai quali si pensa potrebbe essere legato il rapimento del giornalista Domenico Quirico), quelli dello “Stato islamico dell’Iraq e del Levante” (sui quali peserebbe il sequestro di padre Paolo Dall’Oglio), quelli della “Brigata della madre dei credenti di Aisha”, responsabili del terribile attentato a Beirut dello scorso 18 agosto, e soprattutto moltissimi combattenti venuti da ogni dove in nome della jihad, tanto che il governo tunisino è dovuto intervenire su sollecitazione dei genitori per bloccare le migliaia di partenze dei giovani, ma poi ancora moltissimi libici, qatarioti, yemeniti, sauditi, iracheni e persino gruppi ceceni; fra questi ultimi il giovane genovese Giuliano Delnevo.

In questo bailamme sono iniziate le spaccature nel fronte anti al-Assad (che può contare sull’appoggio di 4mila Hezbollah libanesi ed altrettanti pasdaran iraniani), con gli jihadisti che hanno cercato di imporre la Sharia in diversi villaggi ad una popolazione da sempre tollerante verso tutte le religioni e con scontri a fuoco fra al-Nusra e l’Esercito siriano libero ed ancora fra al-Nusra ed i curdi del nord, per il controllo dei check-point. Addirittura le migliaia di profughi che in questi giorni si sono presentate al confine iracheno in fuga da Aleppo hanno raccontato degli aspri scontri nella seconda città siriana su tre fronti: il regime, l’Esercito libero siriano e gli jihadisti, che vorrebbero trasformale le zone conquistate nell’embrione di un califfato.

Davanti ad un quadro simile l’opinione pubblica mondiale è chiamata a dare un giudizio su chi abbia usato le armi chimiche e contro chi, per “avallare” le bramosie di Francia e di Gran Bretagna di lanciare missili… Francia e Gran Bretagna, appunto, che al Consiglio dei ministri degli Esteri dell’Unione europea del 28 maggio erano riusciti a portare a casa (Emma Bonino contraria e furente) il via libera alla vendita di armi proprio agli “insorti” siriani, in un teatro dove già Qatar ed Arabia Saudita finanziano la guerra di opposizione con cifre a nove zeri.

E forse la voce grossa di Londra, Washington e Parigi serve proprio per coprire tali traffici, perché è difficile immaginare un intervento di qualsiasi genere senza che la Russia e la Cina, le quali hanno diritto di veto al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, diano il loro ok.

Se la Cina ha in Siria contratti colossali per la costruzione di infrastrutture e si è posta l’obiettivo di fare della sponda mediterranea del paese un punto di partenza delle proprie merci in direzione della ricca Europa, per la Russia le cose sono del tutto diverse: Mosca, che ha già parlato di “conseguenze gravissime” nel caso di un attacco alla Siria, ha a Tartus la sua unica base militare in un panorama che va dal Marocco al Kirghizistan (con esclusione dell’Iran) che ospita basi statunitensi e dall’inizio del conflitto ha portato in quella base, già fornitissima, di tutto: decine di navi, sottomarini nucleari, lanciamissili, aerei da guerra, mezzi blindati ed un nutrito contingente di militari, per cui è difficile pensare che Francia, Stati Uniti e Gran Bretagna, possano trasformare la Siria in un nuovo Iraq senza il consenso di Mosca.

E se possono essere trascurati i moniti di Teheran, che comunque ne approfitterebbe per inviare ancora più pasdaran (militari “Guardiani della Rivoluzione), sulle parole del ministro degli Esteri Sergej Lavrov, non si può soprassedere: “la situazione siriana non può non ricordarci gli eventi di dieci anni fa quando, prendendo a pretesto informazioni menzognere sulla presenza in Iraq di armi di distruzione di massa, gli Usa aggirarono l’Onu lanciandosi in un’avventura di cui tutto il mondo ora conosce le conseguenze”. “Certi circoli – ha ancora aggiunto Lavrov – inclusi quelli sempre più attivi nei loro appelli per un intervento militare scavalcando l’Onu, stanno francamente tentando di spazzar via gli sforzi comuni russo-americani degli ultimi mesi per convocare una conferenza internazionale per una risoluzione pacifica della crisi”.

Tra la Russia e gli Stati Uniti i rapporti negli ultimi tempi non sono idilliaci, poiché pesano scaramucce diplomatiche come il caso Magnitsky-Nikolaev e soprattutto il recente affaire Edward Snowden, la “talpa” americana del Datagate che ha svelato le abitudini dell’intelligence statunitense di spiare le comunicazioni dei cittadini di mezzo mondo, ora ospite in Russia, ma è proprio da quei due paesi che è venuto il proposito di dar vita al “Ginevra 2”, ovvero ad un nuovo tavolo di trattative sulla crisi siriana, purtroppo più volte rinviato a causa della velocità con cui si susseguono gli eventi. Ed è il dialogo, cioè la trattativa, l’unica medicina per la complicata malattia siriana, di certo non un attacco unilaterale che trascinerebbe l’intera area in una guerra dagli esiti imprevedibili.