di Giuseppe Gagliano –
La visita a Israele dell’inviato statunitense per Siria e Libano, Tom Barrack, non è stata una missione di routine. È stata piuttosto un passaggio di riallineamento strategico, in cui Washington e Tel Aviv hanno cercato di fissare paletti minimi in uno scenario ormai privo di ancoraggi stabili. Le “intese” raggiunte con Benjamin Netanyahu non assumono la forma di accordi scritti, ma quella più ambigua, e per questo più efficace, di un consenso politico sulla libertà d’azione israeliana in Siria, temperato dalla richiesta americana di evitare un’escalation incontrollata.
La caduta di Bashar al-Assad nel dicembre 2024 non ha prodotto una ricomposizione dello Stato siriano, ma un vuoto di sovranità che Israele ha rapidamente sfruttato. L’occupazione di territori oltre le Alture del Golan e della zona cuscinetto prevista dagli accordi del 1974, inclusa la cima strategica di Jabal al-Sheikh, segna un passaggio chiave: Tel Aviv considera ormai superato l’assetto post-1973 e agisce di conseguenza. I raid aerei e terrestri nel Sud-Ovest della Siria non sono solo operazioni di sicurezza, ma strumenti di modellazione geopolitica, funzionali a impedire la ricostituzione di un’autorità centrale ostile.
Qui emerge la frizione con Washington. L’amministrazione Trump, pur concedendo a Israele ampia libertà operativa, guarda con crescente favore al presidente ad interim siriano Ahmad al-Sharaa, considerato un interlocutore pragmatico, utile a ricostruire un minimo di ordine. La richiesta americana di coordinare le operazioni israeliane con le nuove autorità siriane rivela una strategia difensiva: evitare che la Siria diventi definitivamente un mosaico di enclave etniche e settarie, terreno ideale per il ritorno dello Stato Islamico o per un’espansione incontrollata di attori regionali.
Dal punto di vista militare, la posizione israeliana è chiara. Netanyahu parla apertamente di una “zona cuscinetto smilitarizzata” che si estenda da Damasco fino alla linea ONU, includendo il Monte Hermon. Non è solo una fascia di sicurezza, ma una profondità strategica che consenta alle IDF di colpire preventivamente qualsiasi minaccia emergente. L’episodio di Beit Jin, definito da Damasco un massacro e da Israele un’operazione antiterrorismo, mostra quanto questa dottrina comporti costi politici crescenti, anche nei rapporti con l’alleato americano.
Sul fronte libanese, le “intese” Barrack-Netanyahu confermano una linea di continuità. Washington sostiene il dialogo diretto tra Libano e Israele, riaperto dopo oltre quarant’anni, ma accetta che Tel Aviv mantenga cinque punti strategici occupati e continui a colpire Hezbollah, anche a costo di vittime civili. Il principio concordato è semplice e brutale: Israele ha diritto di difendersi finché percepisce una minaccia reale. È una formula elastica, che svuota di fatto il cessate il fuoco del suo significato politico.
Le discussioni hanno toccato anche due attori chiave. Da un lato la Turchia, la cui crescente influenza in Siria e il possibile dispiegamento a Gaza sono visti da Netanyahu come una linea rossa. Dall’altro l’Arabia Saudita, dove la normalizzazione resta un obiettivo strategico americano ma politicamente impraticabile per Riad, schiacciata da un’opinione pubblica ancora segnata dalla guerra a Gaza. Gli Accordi di Abramo restano sul tavolo, ma congelati.
Le “intese” tra Stati Uniti e Israele non risolvono le crisi di Siria e Libano: le amministrano. Definiscono uno spazio di manovra entro cui Tel Aviv può agire e Washington può contenere i danni. È una strategia di gestione del disordine, non di ricostruzione. Nel Levante post-Assad, la sovranità è frammentata, la forza militare resta l’argomento decisivo e la diplomazia serve soprattutto a evitare che le linee rosse vengano superate tutte insieme. In questo equilibrio precario, la stabilità non è un obiettivo finale, ma una tregua sempre revocabile.




