di Enrico Oliari

Nonostante i curdi abbiano dimostrato, a differenza dello sgangherato esercito iracheno, di essere in grado di fronteggiare fattivamente le milizie del Daesh come a Kobane, da Washington il presidente Barak Obama ha fatto sapere di non voler continuare con gli aiuti militari.

Alla base della clamorosa decisione ci sarebbe il perentorio intervento del presidente turco Recept Tayyp Edogan, alleato Nato, il quale ha inviato un monito ad Obama temendo la possibile futura nascita di una nazione curda. La preoccupazione di Erdogan è fra i motivi per cui la Turchia non si è fatta problemi a lasciare passare liberamente, fino a poco fa, i “foreign fighter” provenienti dal Nordafrica e dall’occidente, come pure di far transitare armi ed ancora di assistere nei propri ospedali i miliziani feriti. Spesso il petrolio contrabbandato dai jihadisti (500 camion dal giugno 2014 al marzo 2015) finisce proprio in Turchia,

La notizia del “no” di Washington agli aiuti per i curdi è stata diffusa dal britannico Telegraph, il quale ha anche riportato che la prima conseguenza è stata che alcuni paesi del Golfo ora “stanno cercando nuove vie per la lotta allo Stato islamico, senza l’approvazione statunitense”.

Il Telegraph cita come fonte un “importante funzionario di un governo arabo”, il quale riferisce di tentativi andati a vuoto di convincere Obama a fare i più per i curdi sostenendo maggiormente le Unità di Difesa del Popolo (Ypg), e che “Se gli americani e l’Occidente non sono pronti a fare qualcosa di serio per sconfiggere l’Isis, allora dovremo trovare altri modi per gestire questa minaccia”; specie ora che “l’Isis continua a guadagnare terreno – ha continuato la fonte – non possiamo permetterci di aspettare che Washington si svegli e realizzi l’enormità della minaccia a cui ci troviamo di fronte”. Un’altra fonte ha aggiunto che “Semplicemente non c’è un approccio strategico”, “c’è una mancanza di coordinazione nella scelta degli obiettivi e non c’è un piano complessivo che miri alla sconfitta dell’Isis”.