di Guido Keller –
Nel caso fosse dimostrato che al-Assad abbia fatto ricorso alle armi chimiche, specialmente nell’attacco che ha portato alla morte di 1400 persone nei sobborghi di Damasco, la Russia potrebbe dare il proprio assenso ad un intervento militare in Siria.
A comunicarlo è lo stesso presidente russo Vladimir Putin, il quale ha comunque affermato che “verremo convinti solo da uno studio molto dettagliato ed approfondito del problema e dalla presenza di prove evidenti che dimostrino chi ha usato l’arma e con quali mezzi”. Putin ha poi continuato precisando che “la Russia non ha intenzione di intervenire e non interverrà mai in nessun conflitto all’estero”.
L’annuncio è arrivato attraverso il primo canale della tv russa, dove il presidente ha spiegato che è necessario il voto del Consiglio di Sicurezza delle nazioni Unite, dove la Russia ha diritto di veto, e che “Tutti gli altri motivi che giustificherebbero l’uso della forza verso uno stato indipendente e sovrano sono inammissibili e non si possono qualificare in altro modo che come aggressione”.
Potrebbe tuttavia trarre in inganno la conclusione che Vladimir Putin si stia in qualche modo ammorbidendo alle insistenze di Washington: è più plausibile pensare che i russi rimangano saldi nella convinzione che ad usare le armi chimiche in Siria siano stati un po’ tutti ed anche in merito alle prove addotte dagli Stati Uniti ed ai video dei bambini uccisi dalle armi chimiche, Putin ha affermato che “Si ritiene che si tratti di una compilazione messa insieme dai militanti che, come sappiamo molto bene, e l’Amministrazione Usa ammette, sono collegati con al-Qaeda, nota per la sua crudeltà”.
Proprio ieri il generale di brigata e ministro della Difesa iraniano Hossein Dehqan ha affermato che “la minaccia di un attacco militare col pretesto dell’uso di armi chimiche in Siria arriva dopo che gli Usa hanno ignorato gli avvertimenti dell’Iran circa gas Sarin che veniva portato in Siria otto mesi fa, praticamente spianando la strada per attacchi chimici in Siria”.
Va inoltre ricordato sia che la Siria è il paese con il maggior arsenale di armi chimiche al mondo e che alcuni depositi si trovano nella zona controllata dai ribelli, come pure che a maggio l’ex Procuratore del Tribunale penale internazionale ed attuale membro della Commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite sulle violazioni dei diritti umani in Siria, la svizzera Carla Del Ponte, aveva affermato che nel conflitto già erano state utilizzate armi chimiche, ma non dalle truppe del regime di al-Assad, bensì dagli insorti. “I nostri ispettori sono stati nei Paesi vicini a intervistare vittime, medici e negli ospedali da campo – aveva spiegato in maggio la Del Ponte all’emittente svizzera italiana – . In base ai loro resoconti della scorsa settimana ci sono sospetti forti e concreti, ma non prove inconfutabili, dell’uso di gas sarin”; tuttavia ad “oltrepassare la linea rossa” indicata dal presidente degli Stati Uniti, Barak Obama, “sono stati i ribelli, l’opposizione, non le autorità del governo siriano”
Tornando all’intervento di Putin di oggi, va segnalato l’accenno alla questione dei missili S-300, già acquistati dalla Siria di Bashar al-Assad, ma al momento “congelati” in Russia: in base alle parole del Capo del Cremlino, Mosca sarebbe pronta alla fornitura di tali missili anche “ad altri paesi” nel momento in cui venisse violato il diritto internazionale sulla Siria.
Sul fronte statunitense il presidente Barack Obama, in partenza per il G20 di San Pietroburgo, ha ottenuto l’ok dei Repubblicani per un eventuale attacco alla Siria, dopo che comunque i leader della commissione Esteri del Senato, il democratico Bob Menendez e il repubblicano Bob Corker, hanno raggiunto un accordo sulla bozza di autorizzazione per l’uso della forza militare in Siria: un limite massimo di 90 giorni (di cui 60 effettivi) e il divieto esplicito a truppe da combattimento di terra; il voto passerà al Senato e poi alla Camera alla ripresa dei lavori parlamentari, dopo il 9 settembre.

