di Enrico Oliari –
Presto si svolgerà a Ginevra un importante incontro sulla crisi siriana, voluto principalmente da Russia e Stati Uniti, al quale siederanno le diverse parti interessate nel conflitto in atto nel paese mediorientale. Si tratterà di un evento importante, forse decisivo per mettere fine alle violenze che, iniziate nel marzo 2011, hanno già provocato 70mila morti e portato ad un’emergenza umanitaria colossale che vedrà, entro il 2013, quattro milioni di profughi.
Purtroppo, però, in una situazione confusa sotto ogni profilo qual è la questione siriana, è proprio l’avverbio “presto” a gettare ombre sulla speranza di un accordo di pace o quanto meno di una tregua: l’incontro di Ginevra era stato indetto per il 6 giugno, poi per il 10, poi ancora per il 15 dello stesso mese, da lì si è passati a luglio, in una girandola temporale dove a farla da padrone sono l’impotenza e l’inconcludenza della Comunità internazionale, per la quale la Siria è e resta una questione aperta, ma che ben pochi sono interessati a chiudere.
Da quando il 7 maggio scorso il Segretario di Stato Usa, John Kerry, si è incontrato a Mosca con il presidente Russo Vladimir Putin ed ha lanciato l’idea di un incontro in Svizzera per discutere di Siria, la situazione è entrata in un vorticoso divenire, dove i colpi di scena si ripetono e rendono effimera ogni analisi.
La Russia ha a Tartus la sua unica ed imponente base militare in un panorama che va dal Marocco al Kirghizistan, con l’esclusione dell’Iran, che ospita basi statunitensi e se recentemente ha sospeso la fornitura di missili S-300 al regime di Bashar al-Assad, ha comunque continuato a fornire mezzi ed armi non solo nei tempi passati, come il sistema difensivo antisbarco “Bastion”, ma anche oggi, con una spola di navi che entrano nei porti siriani cariche di sistemi missilistici, di mezzi blindati e di elicotteri.
Il Qatar e l’Arabia Saudita stanno invece facendo a gara per finanziare gli insorti, anche per mettere un’ipoteca su quella che potrebbe essere la loro prossima zona di influenza; solo Doha ha annunciato di aver già versato nelle casse delle opposizioni qualcosa come tre miliardi di dollari.
E sulla fornitura di armi ci si è messa anche l’Unione europea, il cui Consiglio dei ministri degli Esteri dei Ventisette, riunitosi a Bru, su esplicita pressione di Francia e Gran Bretagna, ha negato il rinnovo dell’embargo della vendita di armi ai ribelli siriani (e non solo) e quindi la possibilità per i paesi membri di fare ognuno come gli pare. Infuriato il ministro degli Esteri italiano, Emma Bonino, il quale ha fatto sapere che “Non è gloriosa” l’incapacità dimostrata dal Consiglio Affari esteri dei Ventisette di trovare una posizione comune sulla Siria, anche se è stato limitato il danno del mancato accordo, che non avrà conseguenze immediate sul terreno.
Dopo dodici ore di riunione, i ministri hanno infatti concluso di mantenere per un altro anno tutte le sanzioni economiche contro il regime di Bashar al-Assad, ma nel contempo di lasciar cessare alla prevista scadenza del 31 maggio l’embargo sulle forniture belliche alle fazioni in lotta in Siria. Si badi, non necessariamente agli insorti, bensì “alle fazioni in lotta in Siria”.
Emma Bonino è rimasta comunque contraria alla vendita di armi ai ribelli: “E’ una competenza del governo: di tutta evidenza – ha detto – io riferirò al presidente del Consiglio ed al ministro della Difesa, la mia proposta è per il no” all’invio di armi all’opposizione siriana.
Il Consiglio nazionale siriano, che raccoglie le opposizioni, ha definito l’esito della riunione dei ministri degli Esteri europei come un “passo positivo ma tardivo e non sufficiente”: “Si tratta – ha dichiarato il portavoce Louay Safi da Istanbul – certamente di un passo positivo ma temiamo che non sia sufficiente e che arrivi troppo tardi”.
Per l’ambasciatore russo alla Nato, Alexandr Grushko, la decisione di sospendere l’embargo alla vendita di armi “aggiunge benzina sul fuoco del conflitto” e “pregiudica direttamente la possibilità di organizzare una conferenza internazionale sulla Siria”.
La cosa è stata confermata da Emma Bonino, la quale ha spiegato che da quel momento la prevista conferenza di Ginevra, allora organizzata per il 10 giugno, è divenuta in forse, e che “la strada sia ancora lunga, anche solo per tenerla. Una conferenza è un processo, dobbiamo mettercelo in testa, se dura un giorno è perché è fallita”. “Per arrivare a Ginevra – ha continuato il capo della Farnesina – credo ci siano ancora parecchi problemi da superare, quindi in realtà bisogna lavorare in quel senso perché si tenga e si tenga in condizioni che ci possano far sperare in una conferenza di esito positivo”. Ma, avverte infine la Bonino, “tutto questo non è affatto scontato, anzi io sono preoccupata che tutti danno Ginevra già per convocata, tra un po’ tenuta e tra un po’ risolta”, mentre invece “siamo lontani da lì”.
Un altro fattore che si pone come ostacolo all’organizzazione del “Ginevra 2” è stata la discesa in campo degli Hezbollah libanesi. Si tratta di un partito militarizzato di area sciita, che, su volere del suo leader, Hassan Nasrallah, agli inizi di giugno ha inviato migliaia di uomini armati a sostegno delle truppe regolari, permettendo così al regime di espugnare prima la città di Qusayr, al confine con il Libano, e poi di procedere all’attacco delle forze di opposizione ad Aleppo, punto strategico per procedere alla riconquista del nord della Siria.
Tali azioni permetteranno a Bashar al-Assad di sedersi al tavolo degli accordi (vi parteciperà il capo della diplomazia siriana, Walid al-Muallem) in posizione di forza, tant’è che oggi sono proprio gli insorti, che in un summit di pace ci speravano, a dichiarare, attraverso il capo ad interim della Colazione Nazionale Siriana George Sabra, che “Quanto sta avvenendo oggi in Siria (ovvero gli attacchi a Qusayr ed a Aleppo, ndr.) chiude completamente le porte a qualsiasi discussione su una conferenza internazionale o iniziative politiche”.
Vi è poi il problema di chi combatte con i ribelli, ovvero contro i soldati del regime: si tratta di una galassia di gruppi e di sottogruppi provenienti da ogni dove, al punto che il governo di Tunisi è dovuto intervenire su pressione dei genitori per bloccare i molti giovani arruolati nei centri islamici del paese e convinti a partire per quella che viene vista come una guerra interconfessionale, fra sciiti-alawiti e sunniti. E sempre fra gli insorti vi sono persino gruppi vicini ad al-Qaeda, come nel caso dei ribelli del Fronte Jabat al-Nusra, per cui ogni tipo di sostegno, materiale, politico o umanitario, si sa da chi parte, ma non si sa a chi può arrivare.
Solo pochi giorni fa, per fare un esempio, l’Osservatorio siriano per i diritti umani ha fatto sapere che ad Aleppo, nel nord della Siria, un ragazzo di 15 anni è stato ucciso con un colpo in bocca ed uno alla nuca davanti alla propria famiglia da un gruppo di ribelli: si sarebbe trattato di una vera e propria esecuzione in quanto il giovane è stato sospettato di aver pronunciato frasi blasfeme ed offensive del Corano, riferite agli integralisti islamici da un amico. Testimoni hanno dichiarato che gli assassini hanno parlato in arabo, ma con accento non siriano.
Un’eventuale vittoria degli insorti rappresenta, per farla breve, un’incognita sia su profilo interno che su quello esterno, dal momento che la mancanza di unità delle opposizioni non permette un controllo ferreo sulle diverse espressioni degli avversari al regime. Alcuni dei gruppi sono, ad esempio, per costituzione ideologica anti-israeliani, per cui viene ad essere inimmaginabile l’escalation che si innescherebbe se tali fazioni prendessero il controllo delle armi chimiche, di cui la Siria detiene il maggior arsenale del mondo.
Come si può pensare, ad esempio, di sostenere chi oggi fra gli insorti sequestra i Caschi blu del’Onu nell’area del Golan, chi risponde alle stragi con altre stragi e chi si affida non al Consiglio delle opposizioni, ma ad al-Qaeda?
Ben ha spiegato Matteo Pizzigallo, ordinario di Relazioni internazionali all’Università Federico II di Napoli, intervistato da Benedetta Capelli ai microfoni di Radio Vaticana: “L’equazione siriana ha troppe incognite e noi dobbiamo cercare a uno a uno di risolvere i problemi. La comunità internazionale deve premere in tutte le sedi opportune affinché venga esperito il tentativo di un negoziato e di una conferenza internazionale”.
Speriamo, “presto”.

