di Enrico Oliari –

I curdo-siriani dell’Ypg, sostenuti dalla coalizione a guida Usa e impegnati fino ad oggi con successo nella lotta all’Isis, sono stati ieri e oggi oggetto di due raid da parte di caccia di dell’esercito regolare nella zona di Hasaka, nella parte nord-orientale della Siria.

E’ apparentemente difficile interpretare le motivazioni di tale iniziativa, anche perché è la prima volta che vi è un’azione di forza contro i curdi dell’Ypg (Unità di Protezione Popolare, ala armata del Partito Democratico – Pyd)) da parte dell’aviazione siriana da quando è iniziato il conflitto. Al momento non si hanno notizie di vittime.

Immediatamente sono decollati aerei Usa che hanno costretto i Sukhoi Su-24 siriani alla ritirata, ed il Pentagono ha avvertito la Siria attraverso Mosca (non vi sono relazioni diplomatiche dirette) di desistere da tali iniziative.

“Come abbiamo detto in passato – ha riferito il portavoce del Pentagono Jeff Davis – il regime siriano farebbe bene a non interferire con le forze della coalizione o con i nostri partner” e “consideriamo con la massima serietà i casi in cui il personale della coalizione è messo a rischio”.

“Ci preoccupiamo – ha aggiunto Davis – quando vediamo attacchi aerei da parte del regime a Hasaka, in un’area che tutti conoscono, incluso il regime, e in cui la coalizione è attivamente coinvolta contro l’Isis”.

Alla base dei raid sui curdi ad Hasaka vi possono essere diverse motivazioni: il 17 marzo i curdo-siriani hanno annunciato di stare lavorando al progetto di una federazione delle tre regioni di Jazira, Kobane e Afrin, per la costituzione di una regione autonoma sulla riga del Kurdistan Iracheno (impropriamente molte testate hanno parlato di “proclamazione dell’indipendenza”).

La cosa non piace a Damasco, ma soprattutto non piace al nemico giurato dei curdi (il Pyd è l’espressione siriana del Pkk turco), cioè il presidente turco Recep Tayyp Erdogan, il quale, specie dopo che si sono girate le carte in tavola con il tentato golpe del 15 luglio, sta gradualmente cambiando atteggiamento sul conflitto siriano ipotizzando un’interazione con la Russia ma anche con la Siria.

Nei cinque anni di conflitto siriano attraverso la Turchia è passato di tutto, dalle decine di migliaia di foreign fighter alle armi e ai materiali per i ribelli e per i jihadisti di ogni risma, per una guerra che, aveva profetizzato Erdogan, “vedrà cadere al-Assad in due settimane”; l’occidente si è tuttavia gradualmente defilato dal sostegno palese agli insorti, specie dopo che è stata appurata la cessione delle armi dai ribelli ai quaedisti: sotto la lente della vergogna è rimasta la Turchia, lasciata sola davanti alle sue responsabilità, cosa che Ankara non ha gradito affatto.

Così il 13 luglio il premier turco Binali Yildirim ha affermato che “Sono certo che torneremo a relazioni normali anche con la Siria”. Ha quindi aggiunto che “per un successo nella lotta al terrorismo occorre stabilizzare la Siria e l’Iraq”.

I raid sarebbero quindi serviti per lanciare un chiaro segnale alla Turchia della non automatica disponibilità di Damasco nei confronti dei curdi, una garanzia che vedrebbe ancora una volta sacrificata la minoranza etnica e le sue istanze in nome di un riavvicinamento necessario ad Ankara per sistemare i propri affari con Mosca.

Quanto accaduto complica inoltre il marasma siriano, e potrebbe inficiare l’idea della tregua di due giorni alla settimana ad Aleppo: non a tutti tornerebbe comodo la sospensione umanitaria delle ostilità, poiché in quelle pause il nemico avrebbe il tempo per riorganizzarsi e per sistemare le proprie posizioni.