di Giuseppe Gagliano –
Il sud della Siria è di nuovo al centro di una crisi che intreccia le fragilità interne del Paese e le tensioni regionali. Secondo un’esclusiva Reuters, il governo di Damasco avrebbe interpretato erroneamente i segnali provenienti da Stati Uniti e Israele, convincendosi di avere il via libera per schierare le proprie truppe nella provincia drusa di Suweyda. Una convinzione che si è infranta contro la realtà dei fatti: gli attacchi israeliani del 16 luglio contro le forze siriane hanno innescato un’escalation che rischia di destabilizzare ulteriormente la regione.
Damasco ha letto nelle parole dell’inviato speciale americano per la Siria, Thomas Barrack, un tacito consenso al dispiegamento militare. Barrack aveva dichiarato che la Siria “dovrebbe essere governata come uno Stato centralizzato”, una posizione che sembrava avallare l’intento di Assad di riaffermare il controllo su aree periferiche. Parallelamente colloqui di sicurezza appena avviati tra funzionari siriani e israeliani a Baku avevano rafforzato la convinzione che un’intesa fosse a portata di mano.
Ma la realtà era ben diversa. Israele considera la Siria meridionale una zona cuscinetto strategica, da mantenere demilitarizzata per proteggere i confini e la comunità drusa locale. Così, quando le forze di Assad sono entrate a Suweyda per reprimere le violenze settarie, Israele ha reagito con una serie di attacchi mirati, colpendo anche la periferia del palazzo presidenziale a Damasco.
Benjamin Netanyahu ha giustificato l’intervento come necessario per proteggere i drusi, una minoranza presente anche sul territorio israeliano, e per impedire il consolidamento delle forze siriane in un’area che Tel Aviv considera vitale per la propria sicurezza. Israele, pur partecipando a colloqui esplorativi con Damasco, mantiene una linea strategica chiara: nessuna concessione finché la Siria resterà un mosaico di milizie e fazioni legate all’Iran.
L’episodio evidenzia la fragilità del regime siriano. Il presidente Ahmed al-Sharaa governa con un esercito frammentato e dipende da gruppi di miliziani, molti dei quali con un passato nella militanza islamica. Questa eterogeneità mina la capacità di Damasco di controllare il territorio e di trasmettere fiducia alle minoranze come i drusi e gli alawiti, già colpiti da episodi di violenza settaria negli ultimi mesi.
Gli Stati Uniti, pur avendo invocato l’unità territoriale siriana, hanno agito in modo ambiguo. Da un lato, Donald Trump ha incontrato Sharaa a maggio promettendo la revoca delle sanzioni e sollecitando Israele a collaborare con Damasco. Dall’altro, il Dipartimento di Stato ha affermato di non sostenere gli attacchi israeliani ma non ha condannato apertamente l’escalation. Questo doppio registro ha alimentato a Damasco l’illusione di poter operare senza provocare una reazione israeliana.
La provincia di Suweyda è solo un microcosmo delle tensioni più ampie che percorrono la Siria. L’escalation tra forze governative e milizie druse mostra come ogni intervento militare rischi di alimentare il caos anziché stabilizzare. Funzionari del Golfo temono che la Siria sia avviata verso una “balcanizzazione” de facto, con la nascita di entità locali sempre più autonome e un governo centrale incapace di imporre l’ordine.
L’incidente di Suweyda rivela la posta in gioco per gli attori regionali. Israele vuole mantenere il Sud siriano sotto stretto controllo per prevenire l’infiltrazione di Hezbollah e milizie filo-iraniane. Gli Stati Uniti oscillano tra la volontà di evitare un collasso totale della Siria e quella di impedire che Assad, sostenuto da Mosca e Teheran, riprenda il controllo del Paese. Nel frattempo, l’Egitto e altri Paesi arabi guardano con preoccupazione alla possibilità di un nuovo ciclo di violenze settarie che potrebbe ripercuotersi sull’intero Levante.
La tregua negoziata il 16 luglio ha bloccato temporaneamente l’escalation, ma la questione resta aperta. Damasco ha già annunciato l’intenzione di tornare a schierare truppe nella zona “quando le condizioni lo permetteranno”.
La crisi di Suweyda mostra quanto sia sottile la linea tra il ripristino dell’unità territoriale e la riapertura di fronti di guerra. La Siria resta un campo minato geopolitico dove le percezioni sbagliate e le ambiguità strategiche possono trasformare una manovra militare in un detonatore per conflitti più vasti.




