Siria. Tra alleanza e interesse: il rapporto ambiguo tra Stati Uniti e curdi

di Shorsh Surme –

Il dibattito sulla natura delle relazioni tra Stati Uniti e curdi in Siria è tornato al centro dell’attenzione, con un’intensificazione delle discussioni politiche e mediatiche sulla questione se la posizione americana rappresenti un abbandono dei propri alleati sul campo o se rientri invece in una politica guidata da interessi strategici.
Le interpretazioni si dividono tra due approcci principali. Da un lato, vi è una lettura diffusa che aderisce al principio secondo cui “chi cerca la protezione americana rimane esposto”, concentrandosi sulla dimensione umanitaria ed etica degli eventi. Dall’altro lato, emerge un’analisi basata sulla logica delle relazioni internazionali, secondo cui gli interessi statunitensi e i calcoli di equilibrio regionale costituiscono i fattori decisivi nel plasmare le politiche di Washington.
Le relazioni tra Stati Uniti e Forze Democratiche Siriane (SDF) risalgono al 2014, nel contesto della guerra contro l’ISIS. Washington considerava le SDF un partner locale fondamentale nelle operazioni terrestri, fornendo loro un ampio sostegno militare e logistico. Questa cooperazione ha portato a importanti successi sul campo, tra cui la liberazione di vaste aree della Siria settentrionale ed orientale, fino alla sconfitta territoriale dell’ISIS nel 2019.
Tuttavia, tale cooperazione è rimasta confinata agli ambiti della sicurezza e della lotta al terrorismo, senza tradursi in un impegno politico chiaro per il futuro delle SDF o per il progetto amministrativo nelle aree sotto il loro controllo. Gli Stati Uniti hanno più volte ribadito che il loro sostegno non contraddiceva l’impegno per l’integrità territoriale della Siria. Ciò ha reso la relazione vulnerabile ai cambiamenti delle priorità statunitensi, soprattutto alla luce dell’importanza che Washington attribuisce alle relazioni strategiche con la Turchia.
In questo contesto, l’analista politico Khaled al-Jabr sostiene che la relazione tra Stati Uniti e curdi in Siria “non sia mai stata una vera alleanza strategica, ma una partnership militare circostanziale imposta dalla guerra contro l’ISIS”. A suo avviso, “Washington ha trattato le SDF come uno strumento efficace sul campo, senza offrire alcuna garanzia politica sui diritti dei curdi o sul loro futuro”.
Quanto explain accaduto ad Afrin nel 2018 e poi a Ras al-Ayn e Tal Abyad nel 2019, secondo questa lettura, non sarebbe stato il risultato di un improvviso tradimento, ma il riflesso di un approccio americano basato sulla priorità degli interessi strategici, in particolare il rapporto con la Turchia come membro della NATO, anche a scapito dei partner locali, in primis i curdi.
Il ritiro improvviso dalle zone di confine, che ha aperto la strada alle operazioni militari turche e ai conseguenti spostamenti e cambiamenti demografici, non può tuttavia essere giustificato solo con calcoli di equilibrio regionale. Si è trattato, secondo molti osservatori, di una violazione delle responsabilità verso un alleato che ha svolto un ruolo cruciale nella lotta all’ISIS.
Secondo questa interpretazione critica, Washington avrebbe sfruttato la presenza curda per obiettivi temporanei legati alla guerra contro l’ISIS, senza alcuna intenzione di sostenere un progetto politico indipendente nella Siria settentrionale ed orientale. Questo approccio rifletterebbe una politica di continua ingerenza straniera negli affari interni siriani, in cui le forze locali vengono utilizzate per obiettivi temporanei e poi abbandonate quando le priorità americane cambiano, una posizione che coincide con la narrativa ufficiale di Damasco sugli interventi statunitensi.
Il dibattito sulle relazioni tra Stati Uniti e curdi in Siria rimane aperto. Per alcuni, quanto accaduto rappresenta un chiaro tradimento nei confronti di un partner che ha compiuto sacrifici significativi. Per altri, si tratta di un naturale riflesso delle politiche delle grandi potenze, guidate da interessi e da equilibri regionali mutevoli. La narrativa ufficiale siriana sostiene che gli Stati Uniti abbiano sfruttato i curdi per obiettivi a breve termine, senza impegnarsi in un progetto politico duraturo.
In definitiva, l’esperienza curda in Siria offre una lezione sui limiti dell’affidamento alle grandi potenze e sull’importanza di costruire meccanismi politici e giuridici in grado di garantire i diritti di un popolo che ha pagato un prezzo elevato sul campo di battaglia. Tra sacrifici e calcoli strategici, resta aperta la domanda: i curdi possono davvero assicurarsi un futuro stabile e autonomo attraverso alleanze esterne, oppure le loro reali possibilità restano confinate all’interno dei confini siriani e delle dinamiche di potere regionali?