di Giuseppe Gagliano

Gli attacchi aerei statunitensi su larga scala contro l’ISIS nel deserto siriano non sono soltanto una risposta militare a un atto terroristico. Sono, prima di tutto, un messaggio politico. Dopo l’uccisione a Palmira di due membri della Guardia Nazionale e di un interprete civile, la decisione della Casa Bianca di colpire in profondità le reti dell’organizzazione jihadista segnala la volontà di riaffermare deterrenza e controllo in una fase di transizione delicatissima per la Siria.

L’operazione, annunciata dal presidente Donald Trump, ha coinvolto decine di obiettivi tra Deir Az Zor, Homs e Raqqa, con un impiego massiccio di munizionamento di precisione e il supporto regionale della Giordania. Il CENTCOM ha parlato di un’azione calibrata, senza operazioni terrestri, per colpire combattenti, depositi e infrastrutture. La scelta non è casuale: evitare l’escalation sul terreno e massimizzare l’effetto simbolico e operativo dal cielo.

Dal punto di vista strategico, Washington ribadisce un modello consolidato. Mantenere circa mille militari sul territorio siriano, coordinarsi con attori locali e regionali, e intervenire con forza aerea quando l’ISIS rialza la testa. La Badia siriana, vasta e porosa, resta il santuario ideale per cellule mobili e droni improvvisati. Colpire qui significa impedire la ricostituzione di una capacità offensiva stabile, ma anche ricordare a tutti gli attori che la superiorità militare statunitense resta intatta.

Il dato politicamente più rilevante è il contesto interno siriano. Dopo la caduta di Bashar al-Assad, il nuovo presidente Ahmed al-Sharaa tenta una difficile normalizzazione internazionale. Il sostegno ufficiale di Damasco agli attacchi americani contro l’ISIS è un segnale di discontinuità: la Siria vuole presentarsi come partner nella lotta al terrorismo, non più come terreno ambiguo di convivenze forzate. Ma questo allineamento aumenta anche le aspettative e le pressioni sul nuovo governo, chiamato a dimostrare di saper controllare il territorio e coordinarsi con attori come le Forze Democratiche Siriane.

C’è poi una dimensione meno visibile ma decisiva. Senza sicurezza, non esiste ricostruzione. La Siria post-bellica ha bisogno di investimenti, aiuti e riapertura dei canali economici regionali. Per Washington, eliminare la minaccia residua dell’ISIS è una condizione preliminare per qualunque percorso di reintegrazione della Siria nel sistema regionale. Per Damasco, mostrare cooperazione è una moneta di scambio per attenuare isolamento e sanzioni, attirare capitali e avviare una fragile ripresa.

L’ISIS, sconfitto territorialmente nel 2019, resta una presenza carsica, capace di colpire convogli e simboli. Gli attacchi americani non chiudono la partita, ma ne fissano i confini: nessun ritorno del califfato, nessuna tolleranza per zone franche jihadiste. La Siria, oggi, è un laboratorio di equilibrio forzato tra sicurezza, legittimazione politica e sopravvivenza economica. In questo quadro, la forza non è solo uno strumento militare: è il linguaggio con cui Washington e Damasco cercano, ciascuna a modo suo, di riscrivere il futuro del Paese.