di Guido Keller –
Come primo passo per un intervento in Siria degli Stati Uniti contro l’Isil, il Pentagono sta per inviare aerei da ricognizione e droni.
Damasco vorrebbe che un’eventuale azione venisse concertata con l’attuale governo anche in base al diritto internazionale, ma in questo momento il presidente Barak Obama, strenuo nemico di Bashar al-Assad, sta studiando come attaccare l’Isil senza passare come colui che appoggia il regime attuale.
Secondo il New York Times una soluzione potrebbe essere quella di attaccare il gruppo qaedista lungo il confine fra la Siria e l’Iraq, senza quasi interferire nello scenario interno, anche se appare poco probabile che colpendo le milizie qaediste che occupano le aree ad ovest del Ninive e del nord dell’al-Anbar non ne traggano giovamento l’esercito di Bashar al-Assad come pure i miliziani delle popolazioni sottomesse dallo Stato islamico.
D’altronde se un attacco ci deve essere, è essenziale che sia incisivo e risolutivo, altrimenti l’Isil potrebbe avere tutto il tempo di riorganizzarsi e di continuare la propria azione.
Dal momento che parte dei combattenti che si uniscono all’Isil passano dalla Turchia, paese membro della Nato, sarebbe già buona cosa obbligare Ankara a compiere il proprio dovere e a chiudere le frontiere, come pure dare un altolà a quelle monarchie del Golfo, alleate economiche dell’Occidente, che sono il bancomat dell’Isil.
Da Washington il portavoce della Casa Bianca, Josh Earnest, ha confermato in occasione di una conferenza stampa che in questo momento non ci sono prove di un piano in corso da parte dello Stato islamico per colpire gli Stati Uniti.

