di Valentino De Bernardis –

Una scommessa da vincere ad ogni costo, dove ci si gioca il tutto per tutto, con una influenza non secondaria di possibili beneficiari e non della ricca posta in palio. Questo è in estrema sintesi quello che sta accadendo in Somalia da ormai venticinque anni a questa parte. La classe politica somale è stata difatti costretta ad intraprendere obtorto collo un difficile percorso per la ricostruzione di un apparato statale credibile, in uno dei paesi precursori di quello che sarebbe poi stato definito Stato fallito, a cui poi ne sarebbero seguiti altri. Ognuno con le sue peculiarità, sotto lo sguardo lassista della comunità internazionale. Realtà in cui il controllo e l’amministrazione pubblica in ampie parti del territorio è appannaggio di gruppi locali in antitesi con il governo centrale, di cui non solo non ne riconoscono il mandato, ma che si impegna a combattere. Un gioco d’azzardo rischioso che accompagnerà le istituzioni somale anche in vista della prossima tornata elettorale per il rinnovo della presidenza della repubblica e del parlamento, fissate per il mese di agosto 2016.

A darne l’annuncio ufficiale è stato, lunedì 25 aprile, l’attuale presidente Hassan Sheikh Mohamud durante una visita ad Addis Abeba. Una decisione in linea con quanto prescritto dalla Costituzione Federale provvisoria della Somalia, che prevede il termine dei mandati dei due organi per agosto e settembre 2016, e già ampiamente promossa dalla quasi totalità delle forze dell’arco parlamentare somalo nel corso dell’ultimo anno.

A preoccupare è essenzialmente il grado di sicurezza nel paese, che metterebbe a rischio la partecipazione al voto di ampie porzioni della popolazione, senza menzionare il pericolo di attentati simbolici in aperta sfida alle cariche istituzionali democraticamente elette (nel 2012 il primo giorno della presidenza Mohamud fu funestato da un attacco suicida presso l’albergo Jazeera Palace, subito rivendicato dalla milizia islamista al-Shabaab).

Al momento la paura attentati non sembra aver fermato le manovre sotterranee dei partiti alla ricerca di nuove alleanze per assicurarsi la vittoria elettorale. A dimostrazione di quanto detto, nella stessa giornata di lunedì il primo ministro Omar Abdirashid Ali Sharmarke ha esautorato dalle sue funzioni il ministro dell’Informazione e Telecomunicazioni Guled Hussein Kassim affidando il dicastero a Mohamed Jama Mursal, senza specificarne la motivazione. La penuria di motivazioni e la tempistica del cambio in corsa in un monastero di primaria importanza lascia ipotizzare la presenza di un preciso progetto politico. Dietro il sacrificio politico di Kassim potrebbe celarsi la volontà del governo in carica di cercare un ponte di collegamento con Ahmed Mohamed Islam, presidente dello Stato dell’Oltregiuba, delicatissima zona di confine nel sud del paese, a cui il neo ministro Mural è molto vicino.

Se qui terminano le considerazioni politiche sulle elezioni estive, molto più preoccupante sono quelle che riguardano in fronte della sicurezza interno. Nella giornata del 25 aprile un gruppo terroristico armato affiliato allo Stato Islamico ha rivendicato un attentato contro militari della forza multilaterale dell’Unione Africana impegnata nell’operazione di peacekeeping in Somalia. Si tratterebbe della prima azione armata dell’IS nel Corno d’Africa, un atto dimostrativa ma dall’ampia valenza simbolica. L’IS sembrerebbe difatti porsi in contrapposizione ad al-Shabaab vicino a quello che rimane di al-Qaeda, che vuole estromettere (o inglobare) dalla guida dei gruppi armati islamici non solo nella regione, ma in tutto il mondo musulmano. Una competizione a cui l’occidente dovrebbe guardare da vicino, in quanto una possibile affermazione dell’IS nel Corno vorrebbe significare un salto di qualità (in negativo) del terrorismo islamista. Un riconoscimento a modello statale esportabile e globale, come sta tentando di fare anche ad altre longitudini del continente africano (vedi Libia, altro esempio di Stato fallito).

Ad agevolare gli intenti dell’IS un tessuto economico-sociale debole, con tassi di disoccupazione giovanile che si aggira attorno al 70% e un bassissimo tasso di scolarizzazione, in cui è facile trovare nuovi adepti. In special modo tra quei giovani che hanno sostenuto (e non solo nel nome) al-Shabaab in passato. Un pericolo doppio perché in caso di affermazione totale dell’IS a risentirne non sarebbe solamente la stabilità interna di tutti i paesi confinanti al governo di Mogadiscio (in prima battuta Etiopia e Kenya), ma anche gli interessi economici di Stati Uniti ed Europa, che nel corso degli anni hanno riversato importanti flussi economici, sia in termini di aiuti umanitari che di investimenti. Senza contare l’importanza strategica dell’area, dove passa una delle più importanti rotte commerciali del pianeta.

Rimane da sperare che i somali non perdano la scommessa più importante della loro (e nostra) vita.

@debernardisv

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