Spagna. Il no a Washington e la frattura che attraversa la NATO

di Giuseppe Gagliano

La decisione della Spagna di chiudere il proprio spazio aereo agli aerei militari statunitensi coinvolti nella guerra contro l’Iran non è un incidente diplomatico, ma un segnale politico di prima grandezza. Perché colpisce uno dei presupposti non scritti dell’Alleanza Atlantica: l’idea che, quando Washington apre un fronte, gli alleati europei possano dissentire a parole ma restino comunque disponibili sul piano logistico e operativo. Madrid ha invece scelto di spezzare proprio questo automatismo, negando non soltanto l’uso delle basi, ma anche il sorvolo del proprio territorio per operazioni belliche considerate illegali e ingiuste.
È un gesto che pesa ben oltre il caso specifico. La Spagna non si limita a prendere le distanze da una guerra, ma mette in discussione la subordinazione funzionale dell’Europa agli interessi strategici americani. In sostanza dice: l’appartenenza alla NATO non implica l’obbligo di rendersi complici di ogni iniziativa militare statunitense. Per un’Europa che da anni oscilla tra fedeltà atlantica e pretese di autonomia strategica, è una mossa che apre una faglia politica vera.
Sul piano strettamente operativo, la chiusura dello spazio aereo spagnolo non paralizza la macchina bellica americana. Gli Stati Uniti dispongono di alternative, possono aggirare la penisola iberica, utilizzare altri corridoi, redistribuire rifornimenti e piattaforme tra Francia, Germania, Regno Unito e altri hub europei. Ma nella guerra contemporanea anche i dettagli logistici hanno un valore strategico. Costringere i velivoli a rotte più lunghe significa aumentare tempi, costi, complessità e vulnerabilità di una campagna aerea.
Più importante ancora è il precedente politico-militare. La Spagna dimostra che un alleato può porre limiti concreti all’uso del proprio territorio senza uscire dall’Alleanza e senza rompere formalmente il quadro di cooperazione. È una lezione che altri governi europei osservano con attenzione, anche se per ora non sembrano intenzionati a seguirla. Madrid diventa così un laboratorio di dissenso interno alla NATO: non la disobbedienza totale, ma il rifiuto selettivo di partecipare a una guerra ritenuta estranea ai propri interessi e contraria al diritto internazionale.
La risposta irritata americana era prevedibile. Donald Trump ha già minacciato ritorsioni commerciali, e Marco Rubio ha parlato come se la protezione militare statunitense desse a Washington un diritto quasi automatico di accesso a basi e spazi aerei alleati. È qui che emerge il vero nodo geoeconomico: la sicurezza offerta dagli Stati Uniti viene sempre più presentata come un servizio da compensare, una protezione che deve tradursi in disponibilità politica, acquisti militari, concessioni logistiche e allineamento strategico.
In questo senso, il caso spagnolo rivela la trasformazione della NATO in un meccanismo non solo militare ma anche contrattuale, quasi mercantile. Washington lascia intendere che se l’Europa vuole la copertura americana, deve accettarne anche le conseguenze operative. La Spagna, invece, tenta di sottrarsi a questa logica e di riaffermare il principio che la sovranità nazionale non può essere sospesa ogni volta che gli Stati Uniti decidono di intervenire altrove.
Il problema per Madrid è che il suo gesto non trova, almeno per ora, un vero fronte europeo di sostegno. Gli altri governi del continente, pur spesso perplessi davanti alle avventure militari americane, restano prigionieri di una doppia dipendenza: quella strategica dagli Stati Uniti e quella politica dal conflitto ucraino. Temono che qualunque sfida aperta a Washington possa indebolire il sostegno all’Ucraina e compromettere la tenuta del fronte euro-atlantico contro la Russia.
Per questo la scelta spagnola appare isolata ma non irrilevante. È isolata perché pochi in Europa vogliono pagare il prezzo di una rottura con gli Stati Uniti. Ma è significativa perché rende visibile una contraddizione ormai strutturale: l’Europa proclama il multilateralismo e il rispetto del diritto internazionale, però fatica a tradurre quei principi in atti concreti quando a violarli sono i suoi principali alleati.
I richiami agli anni Ottanta, alla Libia di Gheddafi, o al 2003 iracheno, non sono casuali. Ogni volta che Washington ha cercato di usare lo spazio europeo per guerre controverse, una parte dell’Europa ha provato a opporre resistenza. Ma quasi sempre quella resistenza è rimasta parziale, simbolica o incoerente. La novità spagnola sta proprio nel tentativo di collegare dissenso politico e restrizione operativa. Non basta dire che la guerra è sbagliata: bisogna anche impedire che il proprio territorio ne diventi piattaforma.
Da questo punto di vista, Pedro Sanchez compie una scelta rischiosa ma coerente. Sa che si espone all’ira della Casa Bianca, sa che apre tensioni nell’Alleanza, sa che può subire conseguenze economiche e diplomatiche. Ma punta anche a rafforzare un profilo politico interno e internazionale: quello di una Spagna che non accetta più di essere semplice retrovia delle campagne militari altrui.
Il punto decisivo è che la guerra contro l’Iran accelera tendenze già in corso. La NATO resta formalmente compatta, ma al suo interno crescono divergenze su scopi, limiti e costi dell’allineamento a Washington. La Spagna ha trasformato queste divergenze in un atto concreto. E ciò basta a mostrare che l’unità atlantica non è più una disciplina automatica, bensì un equilibrio precario tra obbedienza, convenienza e calcolo nazionale.
Madrid non rovescia i rapporti di forza. Non spezza la capacità operativa americana in Europa. Non trascina per ora altri governi sulla stessa linea. Ma introduce un elemento nuovo: l’idea che un alleato possa dire no non soltanto nei comunicati, ma nello spazio fisico del potere militare. È qui che la decisione spagnola assume il suo vero significato geopolitico. Non come sfida frontale agli Stati Uniti, ma come incrinatura visibile di un ordine atlantico che continua a presentarsi come coeso mentre, in realtà, è attraversato da una crescente sfiducia reciproca.