di Luca Tolu

Come spesso è accaduto nelle relazioni internazionali, i periodi di crisi influenzano più aspetti nei rapporti bilaterali, tra i quali non è mai risultato immune quello della ricerca spaziale, in passato vero e proprio terreno di competizione tra i due blocchi. Uno scenario che rischia di ripetersi anche oggi.

La crisi Ucraina sta avendo, infatti, anche delle ripercussioni “spaziali”, dato che dal 2017 gli astronauti americani saranno dotati di nuovi veicoli spaziali fabbricati negli Stati Uniti che andranno a sostituire le navette russe Soyuz.

In poche parole, il taxi dello spazio torna ad essere targato NASA, grazie alla collaborazione con i giganti privati made in USA Boeing e SpaceX che si divideranno un contratto da 6,8 miliardi di dollari.

L’annuncio, avvenuto il 16 Settembre, pone le basi per uno dei “capitoli più ambiziosi ed emozionanti nella storia della NASA e del volo spaziale umano”, secondo quanto dichiarato dall’Amministratore dell’Agenzia Spaziale USA Charles Bolden.

Quel che è certo, è che tale operazione toglie dall’imbarazzo la NASA e l’Air Force che utilizzavano vettori russi da basi spaziali in Kazakistan nonostante la possibilità di sfruttare tecnologie in loco dopo il pensionamento della flotta shuttle avvenuta nel 2011. Una situazione difficilmente difendibile, sopratutto alla luce degli attuali scenari transatlantici.

Contro l’utilizzo di vettori russi si era appellata la stessa SpaceX sostenuta dal Congresso, vincendo perfino un’ingiunzione contro l’uso da parte dell’Air Force di componenti russe nell’ultimo lancio nel mese di maggio.

Ora, in perfetto stile Guerra Fredda, tutti si aspettano la reazione di Mosca che, proprio come accadeva negli anni sessanta, settanta e ottanta, tenterà con affanno di mantenere il passo del progresso tecnologico americano.