di Giuseppe Gagliano –

Donald Trump decise di attaccare l’Iran nonostante l’intelligence americana avesse previsto il rischio della chiusura dello Stretto di Hormuz, il rafforzamento delle componenti più radicali del regime e possibili rappresaglie contro gli interessi statunitensi in Medio Oriente. È quanto emerge da una ricostruzione del Wall Street Journal sul processo decisionale che precedette l’attacco del 28 febbraio.

Pochi giorni prima dell’inizio delle operazioni, Trump convocò nello Studio Ovale l’allora direttrice dell’Intelligence nazionale Tulsi Gabbard per valutare le conseguenze di un intervento. Secondo i servizi, l’uccisione della Guida suprema Ali Khamenei avrebbe potuto favorire una leadership iraniana più intransigente, provocare la chiusura di Hormuz e innescare attacchi contro obiettivi americani nella regione.

Il vicepresidente J.D. Vance avrebbe sostenuto una linea più prudente, proponendo di aumentare inizialmente la pressione economica attraverso le sanzioni e lasciare spazio alla diplomazia, ricorrendo alla forza soltanto dopo un eventuale fallimento dei negoziati. Trump preferì invece l’opzione militare, sostenuta dalla convinzione del Pentagono di poter gestire i rischi dell’operazione.

L’uccisione di Khamenei da parte di Israele il 28 febbraio fu inizialmente interpretata come un importante successo. Secondo la ricostruzione, il direttore della CIA John Ratcliffe e l’inviato Steve Witkoff informarono Trump mentre si trovava a Mar a Lago. L’eliminazione della Guida suprema non provocò tuttavia il collasso del sistema iraniano, ma favorì la successione di Mojtaba Khamenei e il rafforzamento delle componenti più radicali e dei Guardiani della rivoluzione.

La superiorità militare americana non si è quindi tradotta in una rapida capitolazione iraniana. Teheran ha risposto utilizzando missili, droni e la pressione sulle rotte energetiche, sfruttando la propria posizione geografica per aumentare il costo economico del conflitto. La crisi dello Stretto di Hormuz ha avuto ripercussioni sui mercati internazionali e sulle economie maggiormente dipendenti dalle forniture del Golfo.

Secondo il Wall Street Journal, Trump avrebbe manifestato crescente irritazione di fronte alla mancata resa iraniana, nonostante l’intensità dei bombardamenti. Il problema strategico era però diverso da quello strettamente militare: l’Iran non aveva necessità di sconfiggere gli Stati Uniti sul campo, ma di sopravvivere all’offensiva e prolungare il conflitto abbastanza da aumentarne i costi politici ed economici per Washington.

A metà aprile, durante il cessate il fuoco, Trump avrebbe valutato anche un’intensificazione dei bombardamenti, prima di essere sconsigliato dal rischio di trascinare gli Stati Uniti in un conflitto prolungato.

La pressione dell’opinione pubblica americana avrebbe infine contribuito al cambiamento di linea della Casa Bianca. A giugno Trump firmò un memorandum d’intesa temporaneo e avrebbe motivato la scelta anche con un sondaggio interno secondo il quale quasi l’80 per cento degli americani desiderava la conclusione della guerra. Una successiva rilevazione Reuters Ipsos indicava inoltre un sostegno all’azione militare fermo al 31 per cento, mentre l’83 per cento degli intervistati prevedeva un conflitto prolungato.

La ricostruzione evidenzia così la distanza tra capacità militare e risultato politico. L’intelligence aveva valutato le possibili reazioni dell’Iran, mentre il Pentagono aveva indicato gli obiettivi che le forze americane erano in grado di distruggere. La Casa Bianca privilegiò l’opzione militare confidando che la superiorità americana avrebbe prodotto rapidamente risultati politici.

A sei mesi dall’inizio della guerra, l’Iran non ha capitolato, la nuova leadership ha assunto posizioni più radicali e la crisi di Hormuz continua a esercitare pressioni sull’economia internazionale. Uno scenario che, secondo la ricostruzione, i servizi americani avevano indicato tra i principali rischi prima dell’attacco.