di Enrico Oliari –
Nonostante il Site, il sito che monitora le attività del terrorismo nella rete, abbia intercettato la rivendicazione dell’Isis per l’attacco di Dacca ed abbia riportato le foto di alcuni dei terroristi con alle spalle la bandiera nera, il ministro dell’Interno Asaduzzaman Khan ha dichiarato che “quanto accaduto sia da imputare al gruppo Jamaeytul Mujahdeen Bangladesh” e che il gruppo estremista “non ha contatti con lo Stato Islamico”.
Khan ha spiegato, come anche stanno dicendo altri esponenti del suo governo, che in Bangladesh “non vi è presenza dell’Isis”, che i terroristi provenivano da famiglie ricche e non da strati sociali poveri, e che “Nessuno di loro è stato istruito in una madrasa”.
Nell’attacco al ristorante Holey Artisan Bakery sono morte 20 persone tra cui i 9 italiani Adele Puglisi, Marco Tondai, Claudia Maria D’Antona, Nadia Benedetti, Vincenzo D’Allestro, Maria Rivoli, Cristian Rossi, Claudio Cappelli e Simona Monti, imprenditori e commercianti del settore dell’abbigliamento che si erano dati appuntamento lì per una cena. Uno dei commensali, Gianni Boschetti, si è salvato nascondendosi nel giardino, dove si era recato per fare delle telefonate.
Lo chef per il gelato Jacopo Bioni è riuscito a scappare con altri dipendenti rifugiandosi in un primo momento sul tetto. Un altro italiano, di cui non sono state rese note le generalità, non è risultato essere nel locale ed ha già contattato la famiglia in Italia per dare rassicurazione.
Molte delle vittime sono state sgozzate o decapitate per non aver saputo recitare i versetti del Corano, mentre i commensali bengalesi sono stati risparmiati.
Ma perché l’Isis avrebbe rivendicato con tempestività un attacco di cui non sarebbe stato responsabile?
Houssain Toufique (H.T.) Imam, adviser del premier Sheikh Hasina, ha risposto che “Avevano cellulari e portatili, che utilizzavano per scaricare le sanguinose immagini. Esse sono state utilizzate dall’Isis e da altri per la rivendicazione”.
H.T. Imam l’ha poi buttata sul politico, affermando che “Le connessioni tra l’Isis pakistano e Jamaat e-Islami sono ben note, vogliono defenestrare l’attuale governo”.
Il capo della polizia Shahidul Hoque ha tuttavia ammesso che gli inquirenti stanno esaminando l’ipotesi di “collegamenti internazionali” e che vi sono sospetti su “membri importanti dell’JMB” che sarebbero in contatto con il gruppo terroristico Jamaat e-Islami, l’Isis e i servizi pakistani.
Sopra il triste atto terroristico di Dacca sembra, insomma, alzarsi una cortina di fumo, anche perché è difficile, per quanto dica il ministro Khan, ritenere che non vi sia un collegamento tra Jamaeytul Mujahdeen Bangladesh e l’Isis, mentre è ipotizzabile che il gruppo jihadista bangladese abbia contatti ed abbia compiuto l’attacco per accreditarsi presso l’organizzazione terroristica internazionale, vera network del terrorismo jihadista: vi sono altri casi di azioni eclatanti di gruppi terroristici ideate per mostrare determinazione e quindi aderire all’Isis, com’è stato ad esempio per Ansar Beit al-Maqdis, nel Sinai, ma anche nelle zone di guerra, Libia compresa.
Semmai ammettere che l’Isis ha raggiunto il Bangladesh significa incutere timori e paure negli imprenditori stranieri, che andandosene potrebbero dare un colpo serio alla già esile economia del paese. Per quanto, come si è visto, Isis o Jamaeytul Mujahdeen Bangladesh, il risultato non cambi.

