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Le indagini sulla strage all’Holey Artisan Bakery di Dacca, dove hanno perso la vita 20 persone di cui 9 italiani e 7 giapponesi, stanno tracciando un quadro del tutto inimmaginabile: i terroristi non solo provenivano da famiglia benestanti (Rohan Imtiaz era figlio del leader del partito Lega Awami, Khan Baboul), ma erano o erano stati studenti della North South University di Dacca, e con tutta probabilità avevano seguito gli insegnamenti di predicatori radicali.
Gli inquirenti hanno disposto l’arresto di tre persone tra le quali il professor Hasnat Karim, della stessa università, il quale è stato ripreso mentre fumava e dialogava con gli attentatori. Si trovava nel ristorante con la famiglia per un compleanno ed è risultato tra i sopravvissuti, ma vi è il fondato sospetto che abbia avuto un ruolo attivo nella strage. Degli altri due arrestati di oggi non sono stati resi noti i nomi, mentre è ormai certo che il pizzaiolo Saiful Choukidar di 40 anni, che aveva lavorato prima all’estero, ha avuto il ruolo di basista: il suo nome non compare nella rivendicazione dell’Isis, ma la sua foto è tra quelle dei cinque terroristi fatte circolare dalla polizia.
Gli attentatori erano spariti da casa da diversi mesi, ma su Facebook e su Twitter riportavano le frasi dei predicatori radicali tra cui quelle di Zakir Nayek, fondatore in India dell’Islamic Research Foundation: questi è stato bandito dal Canada e dalla Gran Bretagna in quanto ideologo salafita ed islamista radicale. Seguivano inoltre Anjem Coudary e Shami Witness, ritenuti da tempo reclutatori dello Stato Islamico.
Quello che ne risulta è l’inefficienza dell’intelligence, o meglio, la mancata interazione fra le intelligence, che avrebbe potuto svelare i piani dei terroristi. Difatti il terrorismo jihadista appare essere globalizzato, con scambi di informazioni che attraversano il pianeta, mentre i servizi segreti operano a camere stagne.
Per questo il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni, che si è sentito oggi con il collega giapponese Fumio Kishida, ha ribadito che “c’è bisogno di un impegno comune, a partire dalla condivisione di informazioni”, quantomeno tra i paesi del G7.

